frontNell’orbita del neo prog, fatti salvi i gruppi totemici di genere, si aggira da molti anni una pletora di band le quali, fedeli sino in fondo ai dettami di stile, hanno ormai da tempo perso il treno giusto. C’è poi invece una ristretta cerchia, decisamente meno cospicua, che ha cercato lungo il percorso di rinnovarsi o, comunque, di aggiungere qualche elemento alternativo. E’ questo il caso degli olandesi Knight Area che, personalmente, seguo dai promettenti esordi e che proprio poco più di due anni fa con Hyperdrive avevano lanciato incoraggianti segnali per un nuovo corso.

Pubblicato da Butler Records, il quintetto olandese capitanato dal tastierista Gerben Klazinga presenta in questi giorni Heaven and Beyond, sesto capitolo del proprio catalogo.Dopo alcune incursioni prog metal che, abbinate a canoni più tradizionali, avevano fatto della precedente uscita un lavoro da tenere in considerazione, mi attendevo che la band insistesse su questo tipo di “apertura”; la realtà mi ha smentito completamente, Heaven and Beyond non solo sconfessa quasi totalmente il predecessore ma in alcuni casi compie addirittura un’inversione di tendenza, sfociando in un progressive scolastico e, comunque, già sviscerato in ogni suo lato.

Giocando su strutture e linee melodiche piuttosto intuitive, lo start avviene con una coppia di brani abbastanza catchy per il genere. Il primo, Unbroken, apre con una robusta intro strumentale seguita da un movimento ascendente e sinfonico guidato dalla voce di Mark Smit. Riff di chitarra aguzzi (Mark Bogert), un importante lavoro delle keyboards ed una ritmica molto presente. Il secondo, Dreamworld, cerca di ritrovare atmosfere più taglienti ma cade vittima della prevedibilità del chorus; poi, una seconda sezione strumentale più serrata, capace di coniugare melodia e ritmica,

Né muta molto con la seguente The Reaper; un’atmosfera cupa ed incombente prende a muoversi sulla direttrice di una mid tempo ballad ed in seguito, in crescendo. Il pezzo gira bene grazie pure a fulminanti segmenti di chitarra e tastiere ma è colmo di richiami a trame già ascoltate più e più volte (IQ su tutti).

Se possibile la situazione precipita con Box of Toys, un breve passaggio in salsa A.O.R. che rimanda alle peggiori produzioni degli ultimi Asia.

Scelto come singolo, Starlight, prosegue in questa direzione regalando magari un pò più di spessore e mordente ad una struttura di per sé non irresistibile.

La title track, provvidenziale, comincia a risollevare le sorti di un album sin qui incolore; emerge maggiore intensità, la tavolozza dei colori a disposizione si amplia e le soluzioni indicate trovano un migliore compimento. Un possente break del moog apre la via ad un inserto di peso della sei corde, le coordinate sono quelle conosciute ma con gusto e più personalità i risultati migliorano.

Una nuova caduta, l’ultima per fortuna. Saviour of Sinners completa una sorta di trittico con Box of Toys Starlight, tre episodi che in tutta franchezza credo lasceranno poche tracce nel tempo.

Gli ultimi quattro brani contribuiscono (con la title track) a rimediare in parte ad una situazione compromessa. Eternal Light, strumentale, regala finalmente qualche emozione, versante sin qui piuttosto trascurato; è la chitarra di Mark Bogert a recitare da assoluta protagonista.

Pur se tra qualche sonorità un pò datata Twins of Sins trova rapidamente il modo di “arrivare” all’ascolto; i suoni decisamente si increspano, buono e variato il lavoro della coppia Peter Vink (basso) e Pieter van Hoorn (batteria) sino ad un epilogo corale e sinfonico, per una delle composizioni sin qui più da evidenziare.

Piano e tastiere, un riff scuro della chitarra e parte Tree of Life, una sorta di inno tirato allo spasimo, intervallato da sapienti pause discendenti e preparatorie.

Chiusura consegnata a Memories, un colpo di coda imperniato su di una melodia corale, ad alto tasso evocativo, vagamente Dream Theater nelle intenzioni.

L’album dunque vive a mio avviso di una partenza faticosa e per una buona prima metà offre davvero pochi spunti degni di nota, salvo rimediare nella seconda parte; nel complesso dunque un disco a due velocità che lascia un retro gusto amaro. Resto convinto infatti che con poco si sarebbe potuto fare di più e meglio.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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