frontAccompagnato da una nutrita pletora di nomi illustri torna in scena Tim Bowness, ex voce dei No-Man e con lui l’immancabile Steven Wilson anche se qui solo in veste di “regista” (mixing e mastering).

Lost in the Ghost Light, questo il titolo del nuovo album in uscita per Inside Out, prosegue sicuro sul cammino tracciato con i due lavori precedenti, e cioè l’ottimo Abandoned Dancehall Dreams ed il successivo Stupid Things That Mean the World.

Questa volta è il turno di un concept imperniato sulla vita, su e giù dal palco, di un immaginario musicista rock giunto al tramonto della sua carriera e questo, in un certo senso, segna una lieve differenza nelle sonorità.Infatti, se le ambientazioni spesso ricalcano quelle a cui Bowness ci ha abituato, i suoni non di rado vanno a pescare invece pure nel lontano passato dei seventies, come a volere meglio tratteggiare l’intero arco musicale e temporale dell’ideale protagonista.

Accennavo in apertura alla folta schiera di musicisti presenti sul disco a vario titolo; passandoli in rassegna cito rapidamente il fido tastierista Stephen BennettBruce Soord dei Pineapple  Thief (chitarre e backing vocals), Colin Edwin (basso), Hux Nettermalm (batterista dei Paatos),  Ian AndersonDavid Rhodes (chitarra con Peter Gabriel), Andrew Booker (batteria con i Sanguine Hum), Steve Bingham (violino, già con No-Man), oltre ad altri eccellenti performer.

Con un tale spiegamento di forze forse sarebbe anche lecito attendersi qualcosa di particolare se non proprio di diverso. Tim Bowness sceglie di mantenersi su quelle atmosfere vocali soffuse prog-pop delle quali è da sempre un orgoglioso alfiere ma, come detto, ricerca a sprazzi inserti sonori vintage funzionali a dare senso e continuità emotiva alla vicenda narrata, inserendo li dei segmenti segnati da una maggiore vigoria su strutture più articolate.

Il disco, 43 minuti circa, scorre piacevolmente attraverso una track list composta da otto brani, uno dei quali (la title track) poco più di un filler. Sulle note del fretless di Colin Edwin e delle chitarre di Bruce Soord apre Worlds of Yesterday; il timbro caldo, suadente ed evocativo di TB imprime subito un’orma indelebile sul tessuto di un brano fitto di arpeggi e colori, caratterizzato da lente e progressive ascese culminanti in un inserto di flauto (Kit Watkins).

Con Moonshot Manchild in qualche modo viene calato il primo asso dal singer inglese. Il piano e la sua voce, con una ritmica morbida a supporto, disegnano le consuete traiettorie eteree ed evocative, sospinte da un crescente tappeto di synth e mellotron. Il mood rimanda a quello dei Genesis post Gabriel, tra malinconia ed improvvise e larghe aperture che sfociano, nella seconda parte, in un dirompente crescendo sino alla chiusura, morbida.

Nell’ottica di qualcosa di alternativo arriva la tirata e sincopata (allo spasimo) Kill the Pain That’s Killing You con la spumeggiante chitarra solista di David Rhodes, l’arrangiamento per archi di Andrew Keeling ed il drumming rutilante di Andrew Booker.

Una ballad semi acustica prende lentamente a snodarsi innervata dal suono dei violini, un andamento molto arioso guidato dalla voce sicura e dolce di Tim Bowness. Un nuovo passaggio delle keyboards e quindi il flauto richiamano nuovamente il mondo fatato e fiabesco di qualche decennio fa (Nowhere Good to Go).

Con un massiccio intervento degli archi e del piano You’ll Be The Silence prende il via con una lenta e costante ascesa, il ritmo sale poco a poco insinuandosi tra le pieghe di un brano soffice e malinconico, sino all’epilogo trascinato dalla sei corde.

Per concludere due momenti intensi. You Wanted To Be Seen dove piano, flauto e poi violini intessono una tela melodica romantica e sognante come cornice della voce di Bowness, qui particolarmente ispirato ed espressivo. Una seconda sezione molto più mossa vede  keyboards e chitarra autentiche primattrici, accompagnate da una ritmica più accentuata.

In Distant Summers fa la sua comparsa, in modo inequivocabile, il suono unico del flauto di Ian Anderson, preceduto da basso ed archi, a preparare l’ingresso del singer. Si tratta di un richiamo, rielaborato, al brano presente su Abandoned Dancehall Dreams.

Ci sono in sostanza delle variazioni rispetto al recente passato, essenzialmente collocate nell’ambito del sound ma l’imprinting resta quello conosciuto. Tim Bowness ha confezionato un altro album molto gradevole pur senza osare più di tanto; questo semmai è l’unico limite da ascrivergli.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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