Come avevo avuto modo di accennare due anni fa, lo Steve Hackett di Wolflight non mi aveva entusiasmato come in altre occasioni; si trattava infatti di un album piacevole e poco più, non abbastanza incisivo.

Pubblicato da Inside Out, esce adesso The Night Siren, lavoro che sulla carta dovrebbe offrire qualche spunto di novità in quanto il chitarrista inglese ha radunato intorno a sè, oltre la consueta band, una moltitudine di musicisti e cantanti provenienti dal medio oriente, dall’Azerbaijan, dagli Stati Uniti e dal nord Europa, celebrando in qualche modo una sorta di melting pot sonoro, portato a compimento con l’utilizzo aggiunto di strumenti etnici.

Un messaggio di pace tra i popoli, un invito ed una chiamata a ritrovare la serenità e l’unità proprio mentre nei fatti il mondo è attraversato da insidiosi venti di guerra e divisione; questo il leit motiv che attraversa l’intero corso della nuova fatica dell’ex Genesis, una sorta di giro del mondo le cui tappe, spesso, sono evidenziate dal titolo di ogni track.

E va detto che, pur senza raggiungere vette inarrivabili, The Night Siren è un buon album, a mio parere più convincente del predecessore. Va premiata sopratutto l’intenzione di Hackett di spostare ed assemblare il sound in una direzione diversa, alternativa al canovaccio più classico o, comunque, atteso. Certo, sottolineo, manca quel pugno di brani che si stagliano nettamente sopra gli altri e la voce del chitarrista, tema questo già ampiamente dibattuto, non è forse proprio il massimo quanto ad espressività.

Ma tra i solchi di questo disco si colgono un entusiasmo ed una determinazione nettamente superiori al recente passato, un’ispirazione di certo più fervida e nitida, un focus meglio calibrato; tutto questo ne fa sicuramente un album da ascoltare e da apprezzare. Un’ora circa di paesaggi sonori variati e ben amalgamati che andiamo adesso a vedere da vicino.

Behind The Smoke. La voce di Steve Hackett, una tessitura dal sapore mediorientale su di un ritmo ondeggiante, tra pause ed accelerazioni, in cui irrompono lancinanti inserti della Gibson del chitarrista.

Martian Sea. Un passaggio pop nel quale si distingue il drumming di Nick D’Virgilio; aperto dal suono del sitar, si rivela ben presto un brano dal sapore fine anni ’60, ritmato e corale.

Fifty Miles from the North Pole. Il livello qualitativo prende a salire grazie ad un ritmo pulsante ed a un’atmosfera impreziosita dai fiati di Rob Townsend e da arpeggi romantici della chitarra. Un break dell’elettrica introduce una seconda parte più movimentata in cui trova spazio anche la tromba.

El Niño. Strumentale dalla base orchestrale su cui si innesta un ritmo serrato ed il gran lavoro solista di SH, alle prese con una partitura per certi versi oscura e minacciosa.

Other Side of the Wall. Una ballad acustica ed intensa dove Hackett riesce ad essere più incisivo vocalmente. Denso l’arrangiamento degli archi per un episodio di grande dolcezza, tra arpeggi a cascata della chitarra classica.

Anything but Love. Un andamento “spagnoleggiante”, grazie ad una briosa partenza della sei corde, caratterizza questo passaggio. Un improvviso cambio di ritmo modifica lo scenario, deviando il corso verso una up-tempo ballad, cantata a due voci con Amanda Lehmann. Epilogo trascinante per merito di un solo debordante della chitarra.

Inca Terra. Il suono del charango, echi lontani del Perù e dell’America Latina e la voce di Nad Sylvan a disegnare un landscape quasi fiabesco. Gustose le armonie vocali tra Sylvan e Hackett nella parte centrale del pezzo, mentre la sezione conclusiva vede protagoniste percussioni e chitarra.

In Another Life. L’anelito antico delle Celtic Uilleann Pipes di Troy Donockley funge da suggestiva intro ad un episodio che è come un salto a ritroso nel tempo, “in un’altra vita” appunto; una ballad cantata a due voci con Amanda Lehmann, che nello svolgimento acquisisce ritmo e sostanza.

In the Skeleton Gallery. Track che, almeno inizialmente, si può ricollegare a Fifty Miles from the North Pole. Movimento cadenzato, massiccio arrangiamento di archi e buoni impasti vocali; epilogo serrato, con il sax in primo piano.

West to East. Un ponte di pace ideale tra Oriente ed Occidente, evidenziato dal canto di Kobi Farhi, frontman dei Orphaned Land. Un momento molto evocativo, denotato da un crescendo largo ed inarrestabile.

The Gift. Poco meno di tre minuti di chitarra elettrica con cui SH conferma, se mai ce ne fosse bisogno, il suo talento e la capacità di creare ancora sensazioni da brivido.

Questo è The Night Siren.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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