Roberto Vecchioni (ObiHall, Firenze, 29.03.2017)

Pubblicato: aprile 1, 2017 in Recensione Live Shows
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ROBERTO VECCHIONI

OBIHALL – FIRENZE

29 MARZO 2017

con

Lucio Fabbri (pianoforte e violino)

Massimo Germini (chitarra acustica)

Marco Mangelli (basso)

Roberto Gualdi (batteria).

 

Assistere ad un concerto di Vecchioni è un’esperienza ancora abbastanza unica. Se si vuole dare un senso alla poesia nella sua forma non letta, non recitata, ma “solo” cantata, è una delle poche occasioni dove ancora è possibile farlo. Non canta più Guccini, con le sue storie collettive e il senso di appartenenza ad una comunità; non canta più Fossati, con il suo carico di dubbi e di angosce e i suoi paesaggi –anche dell’anima-  a volte surreali; Battiato, un universo affascinante, ma troppo a sé. Vecchioni no; lui è un’immersione nella poesia meno scontata, negli angoli di una produzione musicale e testuale enorme, ricca di rimandi, cifre, allegorie e pezzi di vita.

La cosa che affascina in chi ama Vecchioni è anche e soprattutto questo. La vicinanza alle cose della vita, alle emozioni più normali, resa, nello stesso tempo, con l’idea di una poesia “alta”, con citazioni colte, dal mondo greco a Pessoa, da Alda Merini ai poeti francesi, a Leopardi ecc… Il concerto all’Obi Hall di Firenze di giovedì scorso si è adagiato su alcuni temi prediletti di R.V.: l’amore e il femminile, in tutte le sue declinazioni (madre, amante, figlia, moglie, ispirazione). Un percorso che ci ha mostrato ancora una volta RV nel suo contesto quasi familiare, come a lasciarci socchiusa la porta per poter osservare squarci di vita, dialoghi, situazioni così intime eppure così comuni.

Ad esempio, e all’improvviso, quando apre il concerto con l’immagine del padre che aspetta i figli la sera, che racconta delle sue fragilità e del fatto di essere avvinghiato ad un sogno rivenduto in pacchetti di musica e parole (QUEST’UOMO).  E che volge lo sguardo alle sponde della sua vita, ripescando nella storia ricchissima della sua produzione alcune pietre preziose di stagioni passate, come LA MIA RAGAZZA, una canzone d’amore “nuda e cruda”, per usare le parole dello stesso autore, dedicata a sua moglie e piena di immagini felici, vive e dense  (…si muove come il mare/fra l’Africa e la Spagna,/ voi non ci crederete/la mia ragazza sogna), seguita da un momento di serenità con LE MIE RAGAZZE, un omaggio ad uno dei successi più commerciali di RV.

Ma la serata è stata anche l’occasione per riscoprire una versione di Vecchioni unplugged, con piano, chitarra acustica, basso e batteria non invadenti, ma al servizio dell’atmosfera intima che ha segnato tutto il concerto. Subito dopo IL LUNGO ADDIO, la preparazione di un padre al momento in cui la figlia lascia la casa dove è cresciuta per sposarsi, raccontato con immagini care a RV (mi vengono in mente gli “invitati misti e i dodici antipasti” di MI MANCHI): “E riderò perché quel giorno tutti ridono/e tutti bevono/ E nessuno sa chi è/Ci sarà un mare di confetti sopra il tavolo/ e una discreta nostalgia dentro me. E ai figli è dedicato anche il trittico successivo, con FIFLIO,FIGLIO, che rispetto alla versione su disco acquista una dimensione tutta nuova, recitata e intensissima; LE ROSE BLU, dove nella lunga introduzione che ha toccato i temi della felicità, della religione, della malattia e dell’amore, RV mette a nudo sé stesso nella storia di una promessa di vita contro la morte e dove in pochi passaggi siamo condotti per mano a seguire il filo delle coordinate della sua intera vita; FIGLIA, dedicata alla sua primogenita Francesca (che porta il nome del suo amico cantautore), canzone storica ma che in questa nuova veste più intima e meno drammatica parla agli stessi ascoltatori di un tempo ormai diventati più che adulti con una rinnovata pacatezza e serenità.

Dopo le delicate atmosfere di CANZONE DA LONTANO, che ho sempre sentito come una dolcissima ninna nanna di un padre lontano da casa, e dopo il tributo ad un’altra storica canzone d’amore (DENTRO GLI OCCHI), il viaggio nell’universo femminile continua con la poesia asciutta e cristallina di DUE MADRI, dalla produzione più recente, in cui ancora una volta protagonista è l’amore filiale, in questo caso di un nonno nei confronti di due nipoti che hanno avuto la singolare caratteristica di avere due madri e per questo provviste di una dote speciale fin dall’inizio (Quando l’airone discese/portandovi in volo tra i raggi del sole/ le vostre madri vi han preso la penna d’argento che toglie il dolore).

Da un album che amo moltissimo, ma che è poco frequentato, un’altra figura “femminile” MILADY, che forse rappresenta l’attrazione verso ciò che ispira e seduce, l’ispirazione e la creazione, il palcoscenico e l’esigenza di mettere a nudo il proprio cuore; il tributo alla madre (DIMENTICA UNA COSA AL GIORNO), ai ragazzi che ha incontrato nella sua vita di professore (SOGNA RAGAZZO SOGNA) precede poi la sequenza finale aperta  da VORREI ESSERE  TUA MADRE  e dedicata ai suoi hit  più noti (CHIAMAMI ANCORA AMORE, LETTERE D’AMORE, LUCI A SAN SIRO E SAMARCANDA).

Ancora una volta un pieno di emozioni e di poesia, da parte di un uomo che ha fatto stabilmente parte del mio mondo fin da ragazzo, fin da quando le sue parole riuscivano facilmente ad intercettare le mie vicende e spesso a renderle più chiare e sopportabili. Una voce capace di uscire dall’ abusato e consumato meccanismo narrativo e di costruire ogni volta un dialogo immediato e diretto, di puro sentimento, di emozione, di poesia. E per questo capace sempre di stupire.

Silvano Imbriaci

Marzo 2017

 

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