Quasi tre anni di silenzio discografico, quelli che separano la pubblicazione di Once More ‘Round the Sun dall’uscita attuale, Emperor Of Sand, sempre per Reprise Records. Si tratta del settimo album per i Mastodon e si tratta pure di una conferma, relativamente alla potenza e all’aggressività della band di Atlanta.

Quanto al nuovo lavoro anticipo che a mio avviso, a dispetto di alcune dichiarazioni rilasciate proprio in questo periodo dai quattro musicisti, le venature progressive annunciate in via preliminare…in realtà sono molto velate, o per lo meno, trovano riferimento solo in sporadici passaggi.

Emperor Of Sand infatti macina ritmo, riff infernali e tanta, tanta grinta.Un album compatto, granitico, dove il quartetto sfodera tutta la carica di cui dispone senza riserva alcuna, per una track list di undici brani che non conosce pause, affidandosi alla perizia del producer Brendan O’Brien (già con la band della Georgia per Crack The Skye).

Per certi versi un ritorno indietro nel tempo dunque, dopo le riuscite sperimentazioni di The Hunter Once More ‘Round The Sun; una sorta di celebrazione per i 15 anni di attività discografica dall’impatto immediato e graffiante, per un album capace di inchiodare all’ascolto sin dal primo approccio. E’ pur vero che tra alcuni pezzi si riscontra una linea di continuità persino eccessiva ma questo, a mio modo di vedere, è un lavoro da valutare nella sua interezza più che scansionandone ogni singolo frammento.

Detto questo però, come sempre…passiamo alla lente d’ingrandimento le 11 tracks, una per una.

Sultan’s Curse. Il brano di apertura è anche quello scelto come primo singolo ed è il perfetto biglietto da visita di questo disco. Ritmo infernale sin dalle prime battute impresso dall’indomabile Brann Dailor, capace di variazioni improvvise. I riff delle chitarre sono granitici, gli strappi di Brent Hinds sono a perdifiato, il brano una vera mazzata.

Show Yourself. Pezzo estremamente diretto, dalla linea melodica quasi catchy, nella parte centrale riserva un solo trascinante ed un ritmo quasi convulso.

Precious Stones. La premiata ditta Sanders – Dailor diviene qui incontenibile. Un passaggio sparato a velocità folle, aggressivo e trascinante, veramente senza tregua, in puro stile Mastodon.

Steambreather. Ritmo circolare, ipnotico. Chitarre a svariare a piacimento sino ad una improvvisa e crescente apertura, prima di un nuovo ripiegamento del sound e del successivo epilogo fulminante A mio avviso uno dei momenti più coinvolgenti dell’album.

Roots Remain. Un altro colpo di cannone di rara potenza, dove va evidenziato il continuo lavoro di intreccio delle due chitarre ed una sequenza ritmica composta da bordate pazzesche. Un break quasi malinconico, ascendente, precede la conclusione, appannaggio di Brent Hinds.

Word to the Wise. Ennesima raffica di mitragliatrice, spietata nella sua durezza. Va rilevato come quasi tutti i brani in scaletta vedano la band impegnata in un riuscito fine di sintesi, ottimizzando la relazione tra durata e contenuti. E questo è sicuramente un merito da ascrivere ai Mastodon.

Ancient Kingdom. Sulla stessa falsariga, un assalto frontale micidiale poggiante su di una base ritmica forsennata e impreziosito da un refrain largo ed in crescendo e da una scarica di note delle chitarre.

ClandestinyTroy Sanders Brent Hinds a dividersi i microfoni per un brano compatto, roccioso, che va dritto alla meta senza fronzoli.

Andromeda. Arricchito dalla presenza vocale di Kevin Sharp (Brutal Truth), è uno dei brani più ispidi e dalla struttura più articolata, contemplando molteplici variazioni.

Scorpion Breath. Come da tradizione, non poteva mancare l’ospitata di Scott Kelly, frontman dei Neurosis. Arriva su uno degli episodi più brevi ma proprio per questo assume i toni di un distillato di ferocia; poco più di tre minuti di un impeto furioso, incontenibile.

Jaguar God. Discorso a parte merita il brano conclusivo, il più lungo del lotto con i suoi 8 minuti. Una partenza morbida affidata alla chitarra acustica e con l’ingresso della batteria si srotola una ballad, lenta e malinconica, che tende gradualmente a salire di tono. Segue una fase crescente che vede la trama infittirsi, il ritmo aumentare con un Dailor inarrestabile fino ad una accelerazione rabbiosa che lascia poi il posto ad un epilogo chitarristico molto suggestivo, una chiusa magnifica.

In poco più di 50 minuti i Mastodon mettono a segno una gragnuola di colpi da fare impallidire molti colleghi. Certo, un lavoro molto più diretto ed immediato dei precedenti ma credo che si candidi sin da adesso come entry nella playlist di fine anno.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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