Quando trascorre un lungo lasso di tempo tra la pubblicazione di un album e l’altro, esponenzialmente crescono le curiosità. E’ questo il caso relativo ai White Willow che dopo cinque anni e mezzo di silenzio, tornano sulla scena con Future Hopes, settimo album del loro catalogo presentato, tra l’altro, da un inconfondibile art work a firma di Roger Dean.

Pubblicato per Laser’s Edge, il nuovo lavoro della band norvegese propone l’ingresso della cantante Venke Knutson in sostituzione di Sylvia Skjellestad; per il resto la formazione resta invariata e saldamente nelle mani del chitarrista Jacob Holm-Lupo e del tastierista Lars Fredrik Frøislie.

50 minuti nei quali i White Willow intendono gettare un ponte ideale con Terminal Twilight con risultati però, a mio avviso, controversi. Chitarre, mellotron, Hammond, una voce femminile (forse) sin troppo angelica e poco presente sulle tonalità basse; ed ancora, due lunghi brani di cui uno è una suite a tutti gli effetti e persino una cover, piuttosto particolare, la cui scelta mi ha lasciato spiazzato,

Queste le linee guida per prendere contatto con Future Hopes, un disco che dopo ripetuti ascolti, a mio parere, stenta a decollare in modo definitivo, alternando sprazzi gustosi a momenti piatti, privi della necessaria ispirazione e nei quali si adagia su soluzioni prevedibili.

Gli episodi più brevi sono quelli, credo, dove più si fa sentire la mancanza di quell’energia e quella fantasia che spesso in passato i White Willow hanno saputo esprimere. Partendo dalla title track, brano di apertura, ad un buon arrangiamento ed a una generale coralità del sound fanno da contraltare un cantato sin troppo enfatico ed un palpabile e generale senso di deja vu.

La ballad che segue, Silver and Gold, giocata su di un sound acustico e morbido, ha il pregio di evidenziare le migliori qualità della nuova singer; un breve break strumentale precede la ripresa del tema guida ma tutto risulta piuttosto intuibile.

Le cose prendono a girare meglio con la corposa In Dim Days, pezzo dallo sviluppo di 11 minuti in cui la trama sonora acquisisce spessore. Ritmo battente sin dalle prime battute grazie al sempre preciso Mattias Olsson, un mood sospeso e crescente nel quale si inseriscono un paio di lunghi interventi fusion della chitarrista jazz Hedvig Mollestad. Qui finalmente la band ritrova quella varietà di colpi che l’ha fatta molto apprezzare in precedenza.

Tralasciando i 2 minuti di Where There Was Sea There Is Abyss, un breve intermezzo, giunge il momento del cuore dell’album, la sostanziosa A Scarred View (18 minuti). Un lungo incipit strumentale che vede i synth al centro della scena fa da proscenio alla partitura vocale di Venke Knutson mentre, gradualmente, entra in campo anche la ritmica. Una prima pausa, di attesa ed il drumming accelera compulsivamente sino ad un intenso break a cura (di nuovo) della chitarra di Hedvig Mollestad. Picchia forte il basso di Ellen Andrea Wang ad aprire una seconda sezione molto movimentata, in cui il suono del synth prende ad allargarsi a macchia d’olio, disegnando traiettorie eteree. La reprise del canto conduce poi verso la parte conclusiva, corale ed ascendente.

Quanto alla cover sopra menzionata, si tratta di Animal Magnetism, lento e particolare brano degli Scorpions. I White Willow ne offrono una rilettura pseudo electronic, mantenendo l’aura inesorabile dell’originale. Da segnalare l’ospitata al clarinetto di David Krakauer.

Chiude la track list Damnation Valley, passaggio strumentale guidato da piano e keyboards.

Lavoro dalle due facce, Future Hopes mi convince a metà. In questa occasione i White Willow si disimpegnano meglio sulle lunghe distanze mentre nel breve emerge qualche ombra. Un album comunque sicuramente oltre la sufficienza ma, personalmente, dalla band di Oslo mi attendevo qualcosa di più.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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