Camaleontici, trasversali, poliedrici, versatili…negli anni gli Ulver ci hanno abituato a solcare mari musicali tra i più differenti, proponendo quasi costantemente un desiderio di innovazione e cambiamento; questa volta credo però che si siano superati, oltrepassando ogni aspettativa. The Assassination of Julius Caesar, titolo del nuovo album, stupisce infatti per il taglio profondamente elettronico e al tempo stesso immediato, una sorta di electronic pop-rock non così distante da alcune atmosfere care ai Depeche Mode.

Nel caso della band norvegese non credo si possa parlare di svolta perchè già troppe volte in passato hanno scelto traiettorie diverse e alternative; certo è che un sound di questo tipo sorprende e non poco.

Ho fatto un accostamento ai Depeche Mode e sulle prime mi rendo conto che può apparire azzardato ma dopo vari ascolti rimango convinto che sia un parallelo proponibile. Nella varietà e tortuosità del loro percorso, mai prima d’ora Kristoffer Rygg e compagni si erano spinti a tanto, abbracciando un sound diretto, pop per certi versi ed interamente dedito all’elettronica.

Sono sufficienti le note ed il ritmo in apertura di Nemoralia per sobbalzare sulla sedia; buona parte della differenza ovviamente risiede nel timbro vocale del frontman ma le atmosfere inquietanti, ipnotiche e percussive, si incanalano decisamente (a mio avviso) nel filone della band inglese. L’arsenale elettronico di Ole Alexander Halstensgård e, aggiungo, il mixing a cura di Martin Glover (già bassista dei Killing Joke) imprimono un segnale preciso ed inappellabile alle sonorità di questo album.

Rolling Stone accentua questa full immersion, andando ad esplorare territori ancora più sospesi nell’abisso sonoro di loop dai quali emergono la voce di Rygg e, a tratti, la chitarra di Stian Westerhus. Il ritmo aumenta, si compone un refrain su una linea melodica che comincia così a prendere forma mentre l’onda sonora cresce freneticamente. Un epilogo convulso, quasi noise, ospita il sax dell’ ex Hawkwind Nik Turner.

E’ il piano ad aprire So Falls the World, una lenta ballad dalle tinte oscure ma crescenti dove ancora una volta la linea vocale riesce a catturare l’attenzione al primo colpo. La sezione conclusiva muta completamente; una frustata ritmica stravolge l’andamento del pezzo con una coda strumentale quasi trance.

Southern Gothic prosegue nel solco di un suono quasi anni ’80, reso vivido e rinfrescato da soluzioni attuali. In questo risiede la forza di questo CD, nelle geniali intuizioni che sanno legare l’ electronic del passato a quella attuale, mantenendo per lo più la forma canzone ed una fruibilità piuttosto immediata.

Un’aura solenne pervade lo svolgersi di Angelus Novus, caratterizzata da ascese corali e da altrettanto rapide discese. Un moto estremamente ondulatorio che ha il pregio di inchiodare all’ascolto.

Suoni aperti ed un mood largo per Transverberation; non finisce di stupirmi la band di Oslo che sa muoversi a piacimento su brevi e più “disimpegnate” distanze,  considerazione questa che si può applicare anche alla seguente 1969.

Con Coming Home cala il sipario. Di nuovo un ambiente tetro, più spigoloso e angolare, dove le sonorità si rincorrono e si sovrappongono per un puzzle in continuo movimento; solo la voce di KR, qui su tonalità basse, prova ad illuminare un landscape opprimente e costrittivo.

Breve, conciso ma efficace ed inatteso, The Assassination of Julius Caesar segna una nuova pagina nella storia degli Ulver, gruppo che non finisce di stupire. Non si può parlare di capolavoro, questo no, ma di certo se qualcuno ha voglia di ascoltare qualcosa di diverso o, comunque, fuori dagli schemi…è un disco consigliato.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

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