Con una regolarità impressionante tornano alla ribalta i Mostly Autumn del chitarrista, cantante e compositore Bryan Josh, forti del nuovo e dodicesimo lavoro intitolato Sight of Day.

Se il precedente Dressed In Voices (2014) mostrava un lato più “scuro” della band, l’ultima fatica riprende un cammino più solare, più aperto, maggiormente incline a quelle che sono le coordinate usuali e sciorina una durata davvero molto consistente, ben 73 minuti.

Gran parte del lavoro di scrittura è rimasta, al solito, sulle spalle del chitarrista il quale in questa occasione non si è davvero risparmiato. Le sonorità rimangono quelle care al gruppo di York e l’ascolto di Sight of Day conferma e mantiene le piacevolezze conosciute.E così tra suggestivi echi folk, il suono levigato ed a tratti gilmourish della sei corde di Josh e la ferma delicatezza della voce di Olivia Sparnenn ci si incammina tra i solchi di un album gradevole ma non all’altezza delle migliori prove della band inglese, procedendo un poco a strappi, alternando passaggi ben messi a fuoco ad altri, a mio avviso, meno convincenti.

Tra le cose migliori è giusto cominciare con l’indicare la lunga ed introduttiva title track (14 minuti), uno dei momenti cruciali del disco. Condotta inizialmente dal piano di Iain Jennings, cui si lega rapidamente l’evocativo timbro della cantante, la traccia acquista ritmo gradualmente; la direzione è abbastanza comprensibile ma il crescendo corale è di quelli che lasciano il segno. Un primo break della chitarra scuote letteralmente l’andamento del pezzo sino ad una pausa imposta dal piano: l’atmosfera diviene nostalgica, sognante, Josh provvede ad accrescere il pathos con un robusto intervento prima del trionfale epilogo.

Una struggente ballad scritta a quattro mani da Sparnenn Josh, una song che sa toccare le corde del cuore grazie al canto particolarmente ispirato ed a un arrangiamento minimal ma efficace ( The Man Without a Name).

Anche BJ al canto per Hammerdown, una soffice ballad capace di innalzarsi di tono improvvisamente; il drumming rotondo ma sicuro di Alex Cromarty trascina il pezzo ad una sequenza più avvolgente dove la chitarra è ancora in primo piano.

Un altro episodio consistente, Native Spirit, mette in luce la capacità dei Mostly Autumn di assemblare felicemente tra loro input diversi; una guitar davvero graffiante si sovrappone ad uno svolgimento lento e di attesa, dopo di che è il turno del violino (Anna Phoebe) di preparare il terreno per il coinvolgente finale.

L’ottima Raindown conclude la galleria dei brani a mio parere più convincenti. Il violino è il primo e malinconico protagonista in apertura, anticipando l’ingresso di Olivia Sparnenn, qui davvero emozionante in una performance di assoluto rilievo. Questa è la traccia più forte dal punto di vista emozionale, il vero grimaldello col quale i MA sanno arrivare al cuore. La chiusura è da ascoltare ad occhi chiusi…

Passaggi di levatura leggermente inferiore sono Once Around the Sun, dal sapore comunque alternativo e vagamente tulliano (al flauto Angela Gordon). Only the Brave, un brano serrato ma al tempo stesso con forti accenti folk (le uileann pipes dell’immancabile Troy Donockley). Tomorrow Dies, tirata e dominata dalla voce della Sparnenn.

Non mi conquistano Changing Lives, composta e cantata da Chris Johnson né la conclusiva Forever and Beyond, un commiato garbato e gentile ma piuttosto intuitivo.

La sintesi avrebbe giovato e non poco ad alzare il livello complessivo di Sight of Day che comunque resta un lavoro apprezzabile e godibile, a tratti di buona grana e comunque di immediato ascolto.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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