C’erano una volta A Whiter Shade of Pale ConquistadorHomburg ed A Salty Dog. E’ stato tanto tanto tempo fa, il mondo della musica stava cambiando ed i Procol Harum erano tra i pionieri di questi mutamenti. Una carriera duratura che ha registrato scioglimenti e reunion e, tutto sommato, non moltissimi album all’attivo.

Oggi, dopo ben 14 anni di silenzio discografico, i nostri tornano con l’ultima fatica intitolata Novum, un lavoro agile e totalmente nel solco della band tuttora capitanata da un Gary Brooker carismatico ed inossidabile. Novum, tra l’altro, ha la peculiarità di essere il primo disco della band inglese che vede l’assenza di Keith Reid nella stesura dei testi, sostituito dall’apporto di Pete Brown.La prima considerazione suggerita dall’ascolto di questo lavoro è che, senza ombra di dubbio, i Procol Harum rimangono fedeli alla loro storia ed al loro stile, senza per questo cullarsi nella malinconia o cercando ad ogni costo riparo e sicurezza nel deja vu. Della pattuglia originale è rimasto oggi “il solo” Brooker che basta e avanza per gettare un ponte ideale tra passato e presente. Incredibile come la sua voce a dispetto degli anni sia ancora così intensa e riconoscibile, così come il suo tocco al piano.

Ne viene fuori un disco abbastanza piacevole, dove i musicisti danno l’impressione di divertirsi suonando, senza l’ansia di dovere rincorrere chissà quale soluzione ad effetto; tutto scorre gradevolmente, magari talvolta in modo anche prevedibile ma stiamo parlando di una band in attività da 50 anni, pur tra lunghe pause.

Gli undici brani che compongono la track list dunque non riservano particolari sorprese ma racchiudono alcuni passaggi interessanti, in una carrellata che lambisce quasi ogni rivolo sonoro vissuto dalla band inglese nella sua lunga attività.

Ecco che allora troviamo brani che potrebbero annoverarsi quasi come classici, a cominciare dalla scandita I Told on You oppure Image of the Beast, molto ritmata e con i tipici inserti di piano e Hammond.

Il classic rock scanzonato ed un pò innocuo di Neighbour (alla fisarmonica Gary Brooker), l’andamento rock di Businessman che lascia spazio alla chitarra di Geoff Whitehorn, il tiro crescente ed inarrestabile della briosa Can’t Say That (con il preciso drumming di Geoff Dunn).

Non possono mancare quindi le ballad, quei momenti di grande densità che hanno reso celebre nel tempo la band. Ed ecco sfilare Last Chance Motel, up tempo con tanto di slide guitar alla Eagles, i colori dolci ma ritmati di Soldier Don’t Get Caught, passaggi lenti e solenni come Sunday Morning, intimi e viscerali come The Only One e la conclusiva Somewhen.

Mentre scrivo non so se questo sarà l’atto conclusivo dei Procol Harum o meno ma è comunque plausibile considerando i loro tempi di “lavorazione”. Ad ogni modo Novum sarebbe un congedo, un ultimo saluto dignitoso, coerente con la lunga storia del gruppo, ovviamente privo di qualsiasi elemento di novità.

Max

 

 

 

 

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