Solo un anno fa ero qua a descrivere le qualità ed i pregi di Folklore ed ecco che i Big Big Train tornano alle stampe con Grimspound, decima pubblicazione del loro percorso discografico.

Mixato e masterizzato da Rob AubreyGrimspound è in un certo senso la prosecuzione ed il completamento del disco precedente ed in qualche modo ne ricalca le linee guida, la densità e la tensione e persino la durata. Un lavoro molto compatto, omogeneo, che sottolinea ancor più che in passato lo stile ormai assolutamente personale e caratteristico della band guidata dall’impeccabile David Longdon.

Ed ancora, anche questo è un lavoro che si svela man mano, illuminando dettagli sempre più nitidi e ricercati a cornice di trame mai banali.

La cifra stilistica raggiunta dalla band inglese è ormai ragguardevole, sono lontani i tempi in cui i Big Big Train potevano venire considerati come una sorta di “moderni Genesis“; non è la prima volta che lo sottolineo e mi piace insistere perché riuscire a trovare una propria identità, pur partendo da un modello di riferimento, non è cosa da tutti.

Tornando al nuovo album va evidenziato come la formazione sia rimasta intatta, una meccanismo evidentemente ben oliato che poggia essenzialmente sulla scrittura e le composizioni di David Longdon, voce e frontman ormai di grande levatura e di Greg Spawton, bassista.

Otto i brani in scaletta dei quali tre piuttosto dilatati nella durata, per poco meno di 70 minuti di ascolto sempre vivo ed interessante, un ascolto ricco di sfumature e particolari che rendono anche questo lavoro sicuramente di grana fine.

La partenza è affidata a Brave Captain, lungo excursus interamente composto dal cantante e poli strumentista. Un ricco arrangiamento di archi (Rachel Hall) introduce il cantato ed il ritmo impresso da Nick D’Virgilio. Atmosfera morbida e nostalgica, pronta però in qualsiasi momento a repentine accelerazioni; un robusto e crescente interludio strumentale culmina in un segmento sinfonico guidato imperiosamente dalle keyboards (Danny Manners). L’ultima fase vede in luce l’ugola di Longdon ed un fitto interplay tra tutti gli strumenti per una trama davvero pregevole.

Più breve ma tremendamente efficace, On the Racing Line è uno dei passaggi che a mio vedere regalano più gioie. Aperto da violoncello e piano, spezzato dall’irrompere della batteria, presto il brano assume contorni fusion grazie ad un torrido e dilagante arrembare del piano. Gran ritmo, tensione giusta ed un primo break, romantico, tipico della band. Un solo della chitarra guida questo ottimo strumentale verso la conclusione.

Ci sono pezzi capaci di fare breccia subito nel cuore, è il caso di Experimental Gentlemen, dieci minuti di rara e forte intensità in cui tastiere, flauto e chitarre tessono una tela dapprima dolce ed armonica, suadente e malinconica. Lo svolgimento prevede dunque l’ingresso della voce ed un incresparsi del ritmo, le keyboards si fanno incalzanti e la linea melodica tracciata è molto coinvolgente. Gran dispiego di violino e archi prima di una reprise improntata sul ritmo; quindi un break sospeso, di attesa ed una coda struggente giocata tra pochi accordi del piano, arpeggi dell’acustica, synth, elettrica e violino, ad uno ad uno interpreti e protagonisti.

Un breve ma pregnante bozzetto, una ballad imperniata sul suono dell’acustica e del violino ed impreziosita magistralmente dal timbro di Longdon (Meadowland) precede un altro tassello importante, la title track. E’ il mood a farla da padrone, quello tipico dei Big Big Train più melodici ed intimisti, più profondamente british; un quadro sonoro tranquillo, quasi pastorale, nel quale la voce del singer traccia la direttrice principale sino ad una lunga ed articolata fase strumentale (in buona evidenza il basso di Greg Spawton).

Un episodio di stampo squisitamente prog folk (The Ivy Gate) vede per l’appunto ospite l’indimenticata voce di Judy Dyble, già cantante dei Fairport Convention. Tinte pastello, tenui, dipingono una tela antica ma ancora prodiga di sensazioni e l’impasto vocale risulta ben riuscito. Un solenne crescendo del synth conduce poi ad un epilogo molto morbido.

Con oltre 15 minuti di durata A Mead Hall In Winter è la track più lunga in programma. Mossa, ricca di variazioni ritmiche, tematiche e vocali, tiene sufficientemente il passo con uno svolgimento così dilatato ma, a mio vedere, una maggiore sintesi sarebbe stata di beneficio.

As The Crow Flies chiude il cerchio e sono di nuovo acustica e voce ad aprire per l’ingresso del drumming rotondo di D’Virgilio. Piano e flauto dettano il placido inserto centrale in cui a svariare è la chitarra di Dave Gregory; una chiusa all’altezza del disco.

Se qualcuno cercasse ancora conferme sui Big Big Train sono sicuro che con Grimspound non resterà deluso, ci sono tutti gli elementi distintivi di una band che è capace di tenere vivo un genere talvolta un pò zoppicante. Da ascoltare.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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commenti
  1. Alessandro ha detto:

    La band neo/romantic/pastoral/folk (come la si vuol definire) prog in più costante miglioramento negli ultimi 8-10 anni, ormai potremmo utilizzare loro come termine di paragone a livello qualitativo anche per nomi ben più altisonanti.
    Non a caso sarò presente in quel di Cadogan Hall per le due serate live di fine settembre (e la lotta per accaparrarmi i biglietti testimonia che non sono il solo ad essermi accorto di loro), sarà uno sforzo sia economico che organizzativo che ormai sono disposto a concedere a ben pochi gruppi attivi, ma i BBT meritano questo e altro.
    Sicuro highlight di questo 2017, ascoltatelo!!!

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