Roger Waters – Is This the Life We Really Want ? 2017

Pubblicato: giugno 13, 2017 in Recensioni Uscite 2017
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If I had been God…Il primo verso di Deja Vu è probabilmente la più macroscopica autocitazione contenuta in Is This the Life We Really Want ? , album che segna il ritorno sulla scena di Roger Waters, geniale anima oscura di una delle più grandi band della storia.

Ci sono voluti 12 anni (Ça Ira è del 2005per tornare a parlare di un nuovo lavoro del musicista inglese e ce ne separano ben venticinque da quello che rimane considerato il suo capolavoro, Amused to Death. Sotto l’attenta regia del produttore Nigel Godrich, da sempre a fianco dei RadioheadWaters pubblica un lavoro intimista, spigoloso ed angolare nei testi come sua abitudine, un disperato (ed ultimo ?) tentativo di scuotere le coscienze, di risvegliare dal torpore le masse, di denunciare in modo molto diretto e senza fronzoli l’abisso di atrocità e di indifferenza nel quale l’umanità intera sta precipitando.

Permangono, anzi, si amplificano i riferimenti ed i j’accuse verso l’interpretazione della politica nel mondo occidentale. Waters si conferma tetragono come musicista e sopratutto come uomo; può piacere o meno, si possono condividere o meno le sue posizioni e certi suoi atteggiamenti, ma l’uomo ed il musicista sono da sempre così, prendere o lasciare. Non è un personaggio portato alla mediazione, non è il tipo di persona che lancia il sasso e nasconde la mano, la sua musica ed i temi trattati stanno li a confermarlo. Da sempre ci mette la faccia, anche a costo di sbagliare o di estremizzare certe situazioni.

Queste righe possono apparire scontate ma, a mio vedere, sono necessarie ad introdurre la valenza ed il peso di Is This the Life We Really Want ?, a cominciare da un titolo che di per sé spiega già molto; passano gli anni (il nostro è del 1943) ma le linee guida restano quelle, come stimmate impresse dalla chitarra, dal basso e, sopratutto, dalla voce di RW. E questo è un lavoro che, al di la dell’evidenziare un brano piuttosto che un altro, va assorbito nella sua interezza, nella sua totalità. Con i suoi momenti acustici ed intimi, tormentati, con le sue rare accelerazioni e, perché no, le autocitazioni ancora da brividi che rimandano al passato floydiano, posto che un musicista di questo calibro non debba più dimostrare alcun che. Né va dimenticato, come dicevo sopra, l’apporto conferito da Nigel Godrich che se mai aggiunge un tocco di introspezione e di inesorabilità a quello che può essere interpretato come un rabbioso appello oppure un vaticinio, un urlo che si perpetua oramai dai tempi di The Final Cut.

E così, tra i solchi di Deja Vu non si trova niente di nuovo o di diverso da quello che ci si può e deve attendere: tanta intensità, rabbia, disperazione, il peso di parole come macigni. E’ un album che potrei definire con un azzardo quasi “cantautorale”, dove si alternano passaggi sedimentati e di atmosfera come The Last Refugee e The Most Beautiful Girl In The World ad altri carichi del pathos claustrofobico appartenuto ad album come Animals (Picture That Bird in a Gale). Drammatici momenti di storytelling (Broken Bones ed il trittico Wait for Her- Oceans Apart – Part of Me Died), segmenti nei quali le sonorità volgono lo sguardo verso la galassia Radiohead (la title track).

Ed ancora, lontanissimi echi di Meddle per la ritmata ed implacabile Smell the Roses.

Ecco quindi in sintesi il profilo di un’album lontano da patine o lustrini. E’ davvero questa la vita che vogliamo ? Questo è l’interrogativo lanciato con forza da un Waters ancora impietoso e fedele a sé stesso, prendere o lasciare.

Max

 

 

 

 

 

 

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