Ci eravamo lasciati con la promessa di qualche rapida incursione e l’occasione me la offre su un piatto d’argento To The Bone, il nuovo lavoro di Steven Wilson.

L’album segna il cambio di etichetta per il musicista inglese, approdato ora sotto i vessilli della Caroline International, un ramo della prestigiosa Universal e registra la co-produzione di Paul Stacey.

Ma, sopratutto, rappresenta un’inversione di rotta, un cambio di traiettoria estremamente radicale, credo di potere dire mai visto prima nel suo pur proteiforme percorso musicale. Seppure preceduto da annunci, interviste e da alcuni singoli estratti, il CD nella sua interezza è decisamente spiazzante, in alcuni passaggi lontanissimo da quelle che sono le coordinate più note di SW.

Sono stati fatti un’infinità di accostamenti per cercare di inquadrare e definire quello che è stato indicato da lui stesso come un disco di matrice prog-pop; alcuni di questi mi vedono concordare, altri meno ma non penso sia questo il punto. Wilson era perfettamente consapevole di effettuare una virata profonda dnel sound e credo abbia altrettanto consapevolmente insistito in questa direzione.

Resta se mai da capire quanto possa avere influito in tal senso il cambio di label (i cui vertici presumo favorevoli ad uno sviluppo più commerciale del progetto) ma, alla resa dei conti, siamo davanti ad un album composto da undici canzoni, essenzialmente slegate tra loro e dove solo poche di esse rimandano a quanto conosciuto e che segnalano tra l’altro un notevole allargamento della formazione.

Per il resto ci troviamo a spaziare tra divertiti omaggi agli Abba (antica passione del Nostro), patinati momenti pop rock, ballate malinconiche e giusto un paio di traccianti più vicini al consueto; non che il pop sia un genere da cestinare, quando è ben fatto è assolutamente gradevole ma è fuor di dubbio che i primi due – tre ascolti di To The Bone lascino piuttosto increduli.

Apre la title track, composta da Andy Partridge e con in buona evidenza l’armonica di Mark Feltham; l’andamento molto ritmato del brano fa da contrappunto alla voce di SW, qui distante dalle atmosfere più intimiste del passato. La sezione conclusiva trova un sentore più alto, evocativo.

Di altra pasta la successiva Nowhere Now, un brano leggero di stampo pop che tuttalpiù può richiamare alcuni momenti in chiave Blackfield; un passaggio che nonostante i ripetuti ascolti non riesce a catturarmi.

Un bellissimo duetto di nuovo con Ninet Tayeb caratterizza Pariah, un anello di congiunzione forse con Hand.Cannot.Erase. C’è un pathos crescente, sottolineato dalla suddivisione delle parti vocali che infine confluiscono per lasciare spazio ad un epilogo strumentale di sapore post rock.

Puramente pop rock la seguente The Same Asylum as Before, un altra traccia che evidenzia le mie perplessità all’ascolto. Qualche strappo in modo provvidenziale ne risolleva le sorti, sopratutto nella seconda parte che si fa preferire per varietà di soluzioni ma nel complesso non mi convince appieno.

Refuge finalmente ci ritorna uno Steven Wilson meno “frivolo” o, quanto meno, disimpegnato. Aumenta la profondità dei suoni, si amplifica finalmente l’intensità che sin qui è per lo più venuta meno. Torna prepotentemente in scena l’armonica e con essa un solo di chitarra a firma Paul Stacey, molto solido; il piano e le tastiere di Adam Holzman completano al meglio il quadro.

Con un salto temporale siamo in ambiente electro-dub. Sinuosa e sensuale, Song Of I cantata in coppia con la compositrice pop-jazz Sophie Hunger, colpisce dritta al cuore, esaltata dagli archi della London Session Orchestra.
Corredata da un video insolito, in stile Bollywood, nel quale compare uno SW insolitamente scanzonato mentre canta e suona il piano, Permanating esplode nella sua ilarità, quasi fosse un tormentone estivo. La prima impressione è di sconcerto e le successive lo mitigano solo in parte; un omaggio, un tributo ad un gruppo pop dallo sfolgorante passato (Abba) che a mio avviso, nella sua estemporaneità, accentua più di altri la diversità di questo disco. Soltanto qui, al basso, Nick Beggs.
Una breve e morbida ballad acustica cantata in duo con Ninet Tayeb (Blank Tapes), precede un altro passaggio ibrido, a tratti spigoloso, in altri molto più accessibile, unico forse che riprende qualcosa dei Porcupine Tree anni ’90 (People Who Eat Darkness).
Con oltre nove minuti di durata, Detonation è di certo il pezzo con il più ampio spettro di variabili sonore. Ad una prima fase electronic e di malinconica attesa tipicamente wilsoniana, risponde poi un’accelerazione guidata dalla batteria (Jeremy Stacey). Un continuo crescendo sino ad una pausa improvvisa e, di nuovo, una possente ripartenza.
Ritmo rotondo per un dialogo tra batteria e percussioni, chitarra ritmica e quindi il pulsare incalzante del basso; la seconda sezione muta totalmente registro, ospitando un lungo e graffiante intervento della chitarra per sfociare quindi in una sorta di improvvisazione fusion, coronata da un breve ma roccioso epilogo di stampo prog metal.
Chiude uno dei momenti più delicati ed intimisti, Song of Unborn. Giocata tra il piano di Holzman ed il canto di Steven Wilson, la track trova spessore nelle improvvise ed usuali aperture melodiche e ci restituisce una dimensione più consona dell’autore. I tamburi di Craig Blundell alzano un poco il tiro, elevando la tensione sino al compimento conclusivo, affidato alla chitarra.
L’ennesimo ascolto, la reiterata sensazione di generale perplessità. Se da un lato ammiro il coraggio di cambiare, la voglia di mettersi in gioco e rischiare, dall’altro continuo a rimanere…convinto a metà. To The Bone è un lavoro piuttosto discontinuo, forse VOLUTAMENTE e mette insieme intuizioni molto diverse tra loro, alcune forse troppo distanti. Una resa complessiva fatta di luci e ombre, stupefacente per certi versi, ambigua per altri.
Max

 

 

 

 

 

 

 

 

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commenti
  1. Antonio Cristiano ha detto:

    Parere mio: è stato lo stesso Wilson ad ingenerare confusione nel presentare il disco come “progpop”, quando per la maggiore si tratta di un pop rock abbastanza lineare, eccetto un paio di episodi in cui si torna su territori più sperimentali. Anche dei dischi ispiratori citati, soprattutto So di Peter Gabriel, vi è poco o nulla e non solo da un punto di vista stilistico ma proprio come approccio.
    Se si supera l’ostacolo di trovarsi di fronte ad un normale disco rock vi è però da dire che si tratta di un lavoro ben fatto, magnificamente prodotto (e ci mancherebbe) che ha tutte le carte in regola per fare il botto.
    Però, ripeto, di progressive qui, pop o rock che sia, ve ne è molto poco.

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