Marillion (Auditorium Parco della Musica, ROMA – 3 ottobre 2017)

Pubblicato: ottobre 12, 2017 in Recensione Live Shows
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Ad un anno di distanza dall’emozionante concerto di Verona, i Marillion tornano in Italia con due concerti in due luoghi suggestivi e comunque molto “evocativi” (l’Auditorium Parco della Musica a Roma e il teatro degli Arcimboldi a Milano) per chi ama vedere e sentire bene musica dal vivo. Ripensandoci, forse questo, se è stato indubbiamente il pregio, tuttavia ha segnato nello stesso tempo il limite almeno della serata di Roma (l’unica cui ho partecipato).

Ho assistito ad una magnifica rappresentazione sonora, da una posizione comodissima, avvolto da musica bellissima e intensa, come al solito (anche se l’acustica mi ha un po’ deluso, mi aspettavo molto meglio, ma non sono un vero audiofilo)…quello che però mi sembra mi sia un po’ mancata, è stata – paradossalmente- la componente live; ho avvertito per così dire, un po’ troppa distanza (separazione) tra pubblico e palco, con la sensazione che in certi tratti si sia avvertita la mancanza di un po’ di quell’atmosfera piena, calda e partecipata che avvolge sempre i concerti dei Marillion (e ne ho visti tanti, dalla metà degli anni 80 in poi).

Il vantaggio è che davvero è stato possibile apprezzare la fenomenale padronanza della situazione ormai acquisita dalla band, la capacità di creare quell’impasto sonoro che ogni volta ci fa emozionare e ci scuote dentro, la puntuale perfezione dei tempi, delle pause, degli incroci e delle visioni evocate in più di due ore di splendida musica. Per non parlare di un dato fondamentale, rappresentato dalla straordinaria tenuta della voce di SH, che sembra migliorare con il tempo, diventare più espressiva, e più calda, e comunque capace ancora di issarsi su equilibri davvero difficili da raggiungere e da tenere…davvero entusiasmante

Il concerto è stato in realtà diviso in due parti abbastanza distinte tra loro. Nella prima l’esposizione di FEAR per intero, e poi una seconda parte con qualche hot stuff (roba forte, letteralmente, come confessato dallo stesso SH). Le sequenze delle lunghe digressioni di FEAR sono state rispettate alla lettera, fin dall’apertura di Eldorado, la prima suite del disco che è riuscita a catturarmi fin dall’inizio e che alla distanza è venuta fuori alla grande come uno dei pezzi più intensi della loro ormai sterminata discografia. Dal vivo, onestamente, non mi pare che l’esecuzione abbia portato qualcosa di più rispetto alle sensazioni ricevute dal disco, ma questo non toglie nulla all’emozione di averlo sentito suonare per la prima volta tutto insieme, tutto di seguito. Quindi Living in Fear, adattissima all’esecuzione live, brano che aumenta il suo coefficiente prog ad ogni ascolto, a discapito di una prima impressione molto pop. La seconda suite (The Leavers) viene accolta con grande entusiasmo dal pubblico, e mostra un MK in grande spolvero, anche se forse dei cinque alla fine mi sembra sia stato il più penalizzato a livello acustico. SR dissemina qua e là assoli di grande emozione (come quello in The Jumble of Days, il mio preferito) e i suoi contrappunti sono comunque sempre puntuali e quasi non ci meravigliano più, così come la sezione ritmica, compresa quella soave sensazione di leggero ritardo che trasmette sempre il drumming di IM, e per questo, almeno per chi scrive, di notevole fascino e calore. La lunga suite si chiude con l’entusiasmo alle stelle del pubblico: il fan club per l’occasione aveva organizzato una sciarpata molto suggestiva, proprio per le note conclusive, quasi a rivendicare con orgoglio l’appartenenza a quel mondo si sensazioni e incontri che accompagna gli artisti in tour, così felicemente descritto varie volte da SH (basti pensare a Montreal…).

Nella parte finale di FEAR, dopo il cristallino e malinconico intermezzo di White Paper, si ritrova la terza suite, The New Kings, già ascoltata l’anno scorso e che si conferma quella che più esalta le doti teatrali di SH, che interpreta drammaticamente e con la consueta efficacia il senso e la dimensione politica del testo. Il resto lo fa la musica, che accompagna con la giusta colorazione di severità lo storytelling, una corsa contro il tempo, spesso in crescendo, con una grande sezione ritmica e atmosfere sapientemente create da MK, fino all’assolo finale di SR – senza parole.

Secondo tempo

C’era un po’ di curiosità nel vedere, passando gli anni e un concerto dietro l’altro, quali sarebbero state le scelte nell’ormai vasto repertorio del passato. E’ stata una sorpresa inaspettata quella di sentire le note di apertura di The Space, ormai da tempo non più eseguita, inaspettata in una veste più matura e sofferta grazie alle intatte qualità vocali di SH. Dedicata a Tom Petty è seguita Afraid of Sunlight ad aprire un poker di classici: The Great Escape, in un mood lento e riflessivo, che ne ha rivelato ancora una volta la enorme capacità evocativa, e da un assolo tipicamente rotheriano e legato ad un periodo in cui il suono della band era riconoscibile ma indubbiamente diverso. Il senso di una evoluzione naturale e governata benissimo lo si avverte con l’ascolto di Easter, che rispetto alle prime versioni ha perso quell’aspetto intimistico e solitario con cui era nata per diventare una vera e propria preghiera collettiva, cui ogni volta il pubblico partecipa con vero entusiasmo. Per finire la sequenza con  Man of a Thousand Faces.

E’ stata poi una vera sorpresa, almeno per chi scrive, l’esecuzione  di Go! fatta cadere lì, sul crinale delle emozioni ormai raggiunte e mantenute con una serie di accordi ritmici e ossessivi di piano, divagazioni di chitarra e un ritmo sempre più coinvolgente che squarcia l’intimità dell’inizio in un modo quasi inevitabile, fino al coinvolgimento totale (Wide awake on the edge of the world).

La chiusura del concerto è affidata a due pezzoni ormai quasi sempre presenti nelle set list dei nostri: The Invisible Man, con uno strepitoso aggancio ritmico tra basso e batteria, che si inseguono per tutto il brano, in un alternarsi di controtempo e ritmi dispari, e una resa acustica che ha consentito di sentire al meglio le atmosfere e i crescendo (davvero quasi anni 70) creati dalle tastiere di MK. Alla fine, attesa e richiesta da molti anche durante la serata, Neverland, davvero il manifesto sonoro di questo formidabile gruppo, che ha saputo sempre reinventarsi e ogni volta riproporsi senza mai deludere.

Ogni volta che esco da un concerto dei Marillion, anche quando avverto la netta sensazione che non sia stata una serata epica, non posso fare a meno di sentire quel sapore, che meglio non so definire, ma che deriva dalla consapevolezza di essere stato partecipe di un piccolo evento, di aver assistito ad una cosa che ti mancherà non appena ci avrai riflettuto un po’ più a fondo, e che avrai voglia di ripercorrere di nuovo, il prima possibile, per la serenità e la gioia che è riuscito a darti in quel poco tempo. Ed è questo, in fondo, quello che tutti chiediamo alle cose belle della vita.

 

Silvano Imbriaci

Ottobre 2017

 

 

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commenti
  1. Tonino ha detto:

    Sei un grande nel fare l’ analisi delle cose. C’ero anch’io quella sera. Sono contento che ogni tanto scrivi qualche recensione, perché mi fa piacere sapere come la pensi.

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