L’autunno del 1973 resta nei miei ricordi, tra le altre cose, perché coincide con l’inizio del mio percorso liceale; da poco più di un anno avevo cominciato a seguire appassionatamente le vicende del rock, dando vita a quella che sarebbe divenuta la mia più grande passione.

Proprio in quell’anno, per l’esattezza a novembre, viene pubblicato Welcome, quinto album di una delle band più incendiarie e pirotecniche in circolazione, i Santana.

La trilogia iniziale ed il successo di Woodstock avevano sancito l’universalità della band guidata dal virtuoso chitarrista Carlos Santana, possessore di un suono ed un tocco unici.

Successivamente però, con un rimescolamento delle carte, il gruppo aveva avviato una nuova fase, uno step successivo ed evolutivo, certificato dalla pubblicazione del magnifico Caravanserai (1972). E proprio l’uscita di questo album da il via in un certo senso ad una seconda trilogia che comprende appunto Welcome ed il successore Borboletta.

Carlos è entrato in una fase mistica, spirituale; il suo avvicinamento alla guida del guru Sri Chinmoy infatti si ripercuote profondamente sulla sua musica, elevandola dallo stato istintivo e tribale degli esordi. Il chitarrista comincia a collaborare con musicisti di alto calibro (un nome su tutti, John McLaughlin) ed il sound, pur mantenendo buona parte del ritmo micidiale, comincia a divenire più rarefatto, più alto, pescando a piene mani nel bacino della fusion.

Welcome dunque in qualche modo è la prosecuzione di Caravanserai. La formazione si rinnova ampiamente: persi per strada Gregg Rolie Neal Schon, saluta l’ingresso del deflagrante pianista Tom Coster (sul triplo live Lotus farà meraviglie), del cantante Leon Thomas e del tastierista Richard Kermode.

Un lavoro piuttosto dilatato per l’epoca, 50 minuti, in buona parte strumentale, aperto da Going Homearrangiata al piano e Farfisa da Alice Coltrane, coadiuvata da Hammond e mellotron e, sullo sfondo, i piatti della batteria dell’indemoniato Michael Shrieve. Una introduzione sognante e mistica (dovrò abusare di questo aggettivo) che anticipa correttamente lo spirito di cui è pervaso il lavoro.

Fin qui silenziosa, la Gibson di C.S. si annuncia magnificamente in Love, Devotion & Surrender, uno dei passaggi più pregnanti e corali. Un’ improvvisa impennata del ritmo, la voce di Leon Thomas ed il brano imbocca un’altra direzione, più corale, sostenuto dal basso e dal lavoro incessante di batteria e percussioni.

E a proposito di queste ultime, la successiva e strumentale Samba de Sausalito ne è l’apoteosi. Il lavoro di Armando Peraza e Josè “Chepito” Areas, in sinergia con il drumming (qui è presente Tony Smith), ha una forza ed una spinta che annichiliscono. Piano elettrico ed Hammond svelano una trama di chiara matrice fusion con ineludibili accenti latini.

Un passaggio morbido e melodico, dal ritmo rotondo, in cui è contenuto un inciso solistico di flauto ad opera del jazzista Joe Farrell (When I Look into Your Eyes), serve a lanciare uno dei momenti ad più alto tasso di emotività, Yours Is the Light. Tanto ritmo, la chitarra di Carlos lanciata verso le stelle, piano e la voce suadente di Flora Purim; gli intrecci tra piano e percussioni vengono spezzati dal puntuale intervento del chitarrista, qui davvero molto ispirato tra scale a perdifiato e le consuete note che sembrano non avere fine.

Il tempo di voltare il disco ed è il turno di un altro strumentale, Mother Africa, un classico di Herbie Mann qui ri-arrangiato. Le percussioni rimandano furiosamente e come da titolo al continente nero fino a mutare completamente direzione imprimendo un’accelerazione pazzesca, sino ad un intervento del sax. Il Centro-America abbraccia l’Africa, tornando alle origini.

Archi sontuosi aprono per Light of Life, pezzo che può fare il paio con When I Look into Your Eyes, fusion melodica completata da una parte cantata. E’ l’antipasto per Flame – Sky che si svela inizialmente come fosse una reprise di Mother Africa. Scritta e suonata anche dal grandissimo John McLaughlin, regala nel suo sviluppo autentiche perle, a cominciare proprio dalla prestazione torrenziale del chitarrista inglese, tra l’altro molto in linea ed omogenea con le “intenzioni” dell’album. Un break importante di Michael Shrieve trascina quindi il brano verso un’altra direzione, più articolata dove anche l’Hammond recita una parte da protagonista.

Welcome, composta dal grande John Coltrane e suonata al piano dalla moglie Alice, chiude il conto in un quadro sognante e (di nuovo) mistico..i piatti della batteria, il piano e le infinite note di Santana regalano un arrivederci da brividi.

Seguiranno il live Lotus e poco dopo Borboletta, a perimetrare il periodo e la fase più illuminata della band, prima dell’inizio di un nuovo capitolo. Ma Welcome rimane un fulgido esempio di ispirazione e contaminazione nella storia della band.

 

Max

 

 

 

 

 

 

 

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commenti
  1. bloginrock ha detto:

    bellissimo articolo..ho avuto la fortuna di assistere dal vivo ad un suo concerto.Un’emozione unica qualcosa che va oltre la musica,una vera e propria esperienza spirituale

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