Riconosciuta ormai da tempo come “regina della West Coast”, dedita da sempre ad una sapiente miscela di tessiture folk rock con evidenti influenze jazzJoni Mitchell nel 1982 passa sotto le insegne della Geffen Records e con questa pubblica il suo undicesimo album, Wild Things Run Fast.

Sono anni di grandi mutamenti per la musica; il tornado punk si è già abbattuto sulla scena facendo cadere innumerevoli mostri sacri, per poi spegnersi piuttosto velocemente. Ne raccoglie dunque l’eredità la new wave e per molti musicisti si fa urgente e complessa la necessità di reinventarsi.

Non per Joni Mitchell la quale, a dispetto della popolarità raggiunta, ha continuato a rimanere coerentemente nel suo ambito musicale ma, intelligentemente, scegliendo di non ignorare le nuove sonorità, anzi, cercando di conoscerle e se mai riadattarne qualche intuizione.

Per fare questo ancora una volta si circonda di un gruppo di musicisti di assoluta eccellenza, ognuno dei quali sa conferire con il proprio strumento quel “tocco” in più che mai come adesso è necessario. Il lavoro che ne scaturisce è di rara raffinatezza, per la qualità e la scelta dei suoni, per le esecuzioni impeccabili, per il timbro della cantante e chitarrista canadese sempre molto centrato ed in grado di trasmettere emozioni.

Undici brani in formato canzone per un disco abbastanza conciso ma densissimo di qualità.

Note di piano (JM), accenti di basso (il marito Larry Klein), un arpeggio di chitarra (Steve Lukather) e un drumming preciso (John Guerin); così si dipana morbida e sensuale Chinese Café/Unchained Melody“, una ballad caldissima in cui la voce della musicista fa letteralmente sognare in un landscape fortemente jazzy sino al riuscito mash up con Unchained Melody.

La title track, breve e molto più tirata, vede l’ingresso alla batteria di Mr. Vinnie ColaiutaNon è difficile scorgere tra le note alcune “tentazioni” in stile Police, come del resto conferma la stessa musicista in sede di intervista.

Un altro piccolo gioiellino, Ladies Man. Riverberi antichi delle collaborazioni con David Crosby, la perfezione di Colaiuta e la presenza discreta ma incisiva di Larry Carlton alla chitarra. Gradevolissimi impasti vocali con dei coristi di classe (tra questi Lionel Richie), un’atmosfera molto suadente.

Moon at the Window regala il gustoso passaggio di Wayne Shorter al sax soprano; un landscape ampiamente jazzato e compassato con non pochi richiami ai Steely Dan, in cui recita una parte basilare pure la concreta presenza del basso.

Forti accenti caraibici ed inoltre…”polizieschi” per Solid Loveforse una delle tracce più pop del disco che conclude qui il suo primo lato.

Ad aprire la seconda facciata provvede Be Cool, altro momento sofisticato che ospita, intorno a possenti linee di basso, gli arabeschi del sax di Shorter. Seguono uno standard anni ’50 a firma Leiber & Stoller(You’re So Square) Baby I Don’t Care, rivisitato grazie alla chitarra graffiante di Michael Landau.

Quindi You Dream Flat Tires, giocata su di un fitto e ritmato interplay tra basso e batteria, spezzato nuovamente dalla sei corde di Landau.

Ancora uno scorcio di grande atmosfera e ritmo ammaliante con la torrida Man to Man in cui compare ai cori James Taylor. La più grintosa (seppur variata) Underneath the Streetlight precede Love, vero e proprio gioiello conclusivo, un brano in grado di fare innamorare per la qualità dei suoni, la classe e la raffinatezza, lo stile delle soluzioni. La presenza contemporanea di ColaiutaLukather Shorter racconta molto più di tante parole.

Si completa così uno stupendo LP. Wild Things Run Fast non verrà considerato un capolavoro perché più incline ad una sorta di pop-jazzy ma dispone e offre tanta, tanta classe. Suonato splendidamente da alcuni dei musicisti più validi della storia, scritto, eseguito e cantato da una magistrale artista.

 

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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