Con una formazione inalterata e granitica, il produttore di sempre ed un carico di grinta ed esplosività che non vacilla mai, gli statunitensi Between The Buried And Me danno alle stampe la loro ultima ed ottava fatica, intitolata  Automata I. 

Come è facile intuire dal titolo è previsto un secondo capitolo, in uscita durante la prossima estate, di nuovo per Sumerian Records.

La trama concettuale cui si ispira il lavoro ruota intorno all’idea di potere essere in grado di vedere (e vivere) i sogni degli altri e con quali risultati. Da un punto di vista strettamente musicale non vengono messe in campo particolari novità, il suono della band rimane massivo e potente, pur non rinunciando a qualche tratto più morbido.Un progressive metal aggressivo e tecnico dunque, per un album molto contenuto nella durata, soltanto 35 minuti (ma ricordo che si tratta soltanto della prima parte di una doppia uscita), composto da sei tracce che andiamo a vedere da vicino.

Con un ripetuto arpeggio della chitarra parte Condemned to the Gallows, un razzente passaggio in cui i toni scuri delle chitarre e del basso (Dan Briggs) fanno da contraltare al crescendo delle tastiere e della voce harsh di Tommy Giles Rogers. Cambi di tempo si susseguono come in una giostra mentre le chitarre di Paul Waggoner Dustle Waring creano un muro di suono imponente, lasciando al primo lo spazio per qualche strappo solista.

House Organ parte come una pallottola, imperniata sulla velocità ed i colpi alla batteria di Blake Richardson, un vero assalto metal guidato dal cantante e da una ritmica ipnotica e deflagrante. Quindi, una sostanziosa pausa di alleggerimento intorno alla metà, prima della reprise del tema, cantato in clean.

Aumenta ancora la spinta con Yellow Eyes che dapprima sfocia quasi in territorio hardcore, per poi trovare un passo diverso, meno convulso ma non per questo meno aggressivo. Il lavoro delle chitarre da un lato e della ritmica dall’altro è instancabile, frenetico e su questo si staglia lo scream abrasivo di Tommy Giles Rogers. Proprio a metà del brano un repentino cambio di orizzonte, una frenata a riprendere fiato con una sezione cantata pulita..per qualche istante rimandano brevemente agli Alice In Chains. I tempi poi ritornano pirotecnici per una conclusione in crescendo.

Questa la prima parte che, anticipo, a mio modo di vedere riserva il meglio.

Dopo di che è il turno di Millions, appoggiata su accordi ripetuti ed un ritmo cadenzato. Lampi delle chitarre mutano lo scenario, i suoni si sovrappongono fino a dare l’impressione di sprofondare in una voragine ma la linea melodica risulta un po’ piatta; meglio l’epilogo, pressoché strumentale.

Poco si può dire di Gold Distance, realmente un filler (1:02); resta invece ancora Blot, il pezzo più lungo in scaletta con i suoi dieci minuti abbondanti. Una poderosa intro strumentale apre per un brano in cui finalmente i BTBAM tornano a realizzare quelle commistioni per le quali in passato spesso li ho apprezzati. C’è da dire anche che la trama forse resta eccessivamente intricata e fluisce solo ad intermittenza, infarcita di input ed intuizioni addirittura in esubero. La seconda parte dello svolgimento risulta più organica, omogenea.

In definitiva, l’ascolto di Automata I non mi convince appieno, lasciandomi la sensazione di un qualcosa di incompleto, per certi versi anche “disordinato” se mi si passa l’aggettivo. La spinta e la forza ci sono, la tecnica non si discute ma le idee mi paiono un pò accozzate tra loro. Per me un passo indietro rispetto al passato più recente ma è pur vero che si deve attendere di conoscere il secondo capitolo.

 

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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