Con i Lazuli ci eravamo lasciati giusto due anni fa tra qualche lieve perplessità riguardo la tenuta globale di Nos Âmes Saoules. Il combo francese guidato dai fratelli Leonetti si riaffaccia ora alla ribalta con il settimo e nuovo titolo della discografia, Saison 8.

E’ davvero particolare il rapporto che nutro con la band francese, fatto di avvicinamenti e distacchi, di promesse e delusioni, di infatuazioni ed allontanamenti; ho sempre percepito infatti una certa irregolarità di passo che in parte può essere addebitata all’eclettismo ed alla peculiarità del loro sound ma rammento perfettamente che con Tant que L’Herbe est grasse ritenevo  avessero trovato una quadratura…

Invece, anche questo nuovo lavoro mi lascia a metà del guado, sospeso su di una valutazione di certo apprezzabile ma al tempo stesso non proprio entusiasta. Se da un lato il distinguersi per sonorità caratteristiche ed un imprinting riconoscibile sono segnali di personalità, di stampo positivo, da un altro continuo ad avvertire come un senso di incompiutezza, come mancasse loro qualcosa per divenire indubitabilmente convincenti. Chiaro che queste sono mie personalissime impressioni e non detengono potere taumaturgico ma continuo a pensare che il quintetto transalpino avrebbe potuto esprimersi meglio.

Saison 8 pertanto si pone in maniera simile al predecessore, in un altalena di sensazioni che si rivelano attraverso gli otto brani della track list, gran parte delle quali in contrasto tra loro.

E’ davvero buona la partenza, l’apertura, affidata al piano ed alla voce di Dominique Leonetti, per un passaggio in lento e costante crescendo con un buon grado di intensità e di coinvolgimento, probabilmente uno dei più persuasivi del lotto grazie anche ad una pregnante coralità ed alla spinta della batteria di Vincent Barnavol (J’attends un Printemps).

Permane un soundscape di attesa anche per la successiva Un Linceul de Brume, per un progressivo “salire” di tensione sino ad una prima apertura morbida e melodica, cui fa da contraltare poi un ispessimento del drumming. Questa ripetuto scambio è il filo conduttore del brano mentre l’ultimo segmento, più ispido e strumentale, lascia spazio alla Léode di Claude Leonetti.

Mes Amis, Mes Frères vive un avvio soft per trovare rapidamente un’improvvisa impennata che ne eleva il tono; questo piacevole dualismo si ripete andando a formare il tessuto connettivo del pezzo sino ad un epilogo serrato, contraddistinto da un bruciante solo della chitarra.

L’andamento ipnotico e la sospensione di una traccia ancora una volta inizialmente guidata da piano e voce. si trasformano successivamente in una vorticosa ascesa strumentale condotta dalle tastiere (Romain Thorel) e dall’ingresso della batteria (Les Côtes).

Molto buona la prima metà del disco, la seconda come vedremo non risulta allo stesso livello.

Léode in primo piano ad introdurre Chronique Canine, un pezzo dalla trama intricata, spezzata, quasi frammentata. Pur se dotato di una certa gradevolezza, a mio avviso il brano stenta a prendere una direzione, come se non riuscisse ad affrancarsi da qualche incertezza.

Decisamente di altra pasta la seguente Mes Semblables, ritmata e frizzante sin dalle prime battute, provvista della giusta dose di tiro e capace di trovare maggiore varietà di soluzioni.

Meno avvincenti De deux Choses Lune, piatta da un punto di vista strettamente melodico, e Les 4 Mortes Saisons, ballad prevalentemente acustica che sconta (so di ripetermi e me ne scuso) l’impatto piuttosto neutro della lingua francese.

Ancora una volta dunque luci ed ombre per i Lazuli; ad una prima parte interessante il nuovo disco ne fa seguire una seconda non all’altezza, un poco stiracchiata, dove evidentemente manca il colpo d’ala.

 

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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