Un sound profondamente mutato, completamente a guida delle tastiere ed a sua volta molto spesso al servizio del timbro rotondo e classicheggiante della nuova cantante; l’assenza quasi totale del suono della chitarra. Questi i tratti salienti utili ad inquadrare brevemente Letters to Maro, ottava e nuova fatica dei tedeschi Frequency Drift,  una band che da sempre ha fatto del crossover prog il proprio vessillo.

Con questo album Andreas Hack e compagni imprimono una possente sterzata al proprio cammino musicale, dando alle stampe un disco particolare, di discreta qualità ma privo di quei bagliori necessari ad elevarsi, improntato su sonorità in parte atipiche ma, sopratutto, che ruota intorno alla voce di Irini Alexia.

Il vero fulcro dell’operazione resta infatti il timbro cantato/recitato (che sia) della singer di origine ellenica, così caratteristico da orientare a mio vedere l’intero andamento del disco, una raccolta di undici brani che rappresentano un viaggio a ritroso nel tempo, tra lettere, ricordi e fotografie di una immaginaria protagonista.

Il cantato estremamente pulito, morbido e preciso di Irini Alexia, se da un punto di vista strettamente tecnico-melodico poco presta il fianco a critiche, da un altro risulta a mio parere un poco monocorde e sin troppo delicato; volendo azzardare un parallelo un mix tra una Joni Mitchell d’antan e Christina Booth dei Magenta, dalle quali si discosta nei passaggi in qualche modo “teatrali” o comunque più recitati.

Atmosfere riverberate e tese, giocate tra saliscendi delle keyboards e punteggiate da vertiginosi vocalizzi (la title track). Fitte e circolari trame tessute da synth ed ostinati del piano su di un ritmo costante accompagnano il canto (Underground). Sonorità inizialmente cupe e ritmo crescente per uno dei passaggi in realtà più diretti e melodici, tanto da ricordarmi nel refrain alcuni ariosi momenti dei Fleetwood Mac epoca Rumours (Electricity).

Lo schema piano-keyboards costruisce la tela sulla quale svaria vocalmente la cantante, prima di un robusto segmento strumentale (Neon). Quindi, una ballad, intensa, triste e malinconica (Deprivation), un altro brano suggestivo e crescente, di buon spessore (Izanami), un episodio all’avvio più ritmato e serrato grazie ai tamburi di Wolfgang Ostermann che plana presto però su di una linea melodica dal sapore deja-vu, recuperando in parte grazie ad un corposo arrangiamento ( Nine ).

Escalator si segnala in particolar modo per l’interpretazione camaleontica di Irini Alexia mentre un soundscape più solenne caratterizza Sleep Paralysis. Oltre nove minuti per Who’s Master?, forse lo spaccato più approfondito del momento attuale della band e l’istantanea più ravvicinata sulle doti della cantante (insisto non a caso su questo tema). A chiudere, l’unico pezzo interamente strumentale in scaletta, dolce e nostalgico (Ghosts When It Rains).

Questo, in pillole, l’ascolto di Letters to Maro. E’ fuori di dubbio che i Frequency Drift abbiano osato, abbiano voluto dare un taglio diverso alla loro proposta e sotto questo aspetto hanno raggiunto l’obiettivo. I folti intrecci delle tastiere (un plauso va pure a Nerissa Schwarz) e l’assenza della chitarra vanno in una direzione diversa, quello che invece mi convince meno è l’eccessivo asservirsi della musica alla voce ma, ribadisco, è una mia sensazione.

 

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

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