Dati discograficamente per dispersi, a distanza di 15 anni dalla pubblicazione di Thirteenth Step (se non consideriamo l’album di cover uscito un anno dopo), rientrano in gioco gli A Perfect Circle. Inutile sottolineare che ci fosse grandissima attesa per questo ritorno, preannunciato l’anno scorso e materializzatosi adesso con Eat The Elephant, edito per BMG.

Prodotto da Dave Sardy, il nuovo album della band statunitense, si compone di 12 tracce i cui testi sono stati scritti dal frontman Maynard James Keenan; i temi portanti sono l’egoismo di ognuno e la ritrosia nell’assumersi responsabilità, le disuguaglianze sociali, la situazione politica internazionale, l’ambiguo uso che spesso facciamo dei mezzi di comunicazione, la morte.Un compendio di aspetti che paiono apparentemente slegati tra loro ma che in realtà concorrono a formare un quadro più vasto e globale del nostro tempo.

Questo sulla carta…Il primo approccio con Eat The Elephant confesso che non è stato immediato: molti anni sono trascorsi ed in questa occasione ritrovo la band con un sound più cupo, con un abbondante ricorso all’elettronica, per un lavoro intriso di un alto tasso di drammaticità, di una tensione palpabile che corre lungo i solchi di ogni brano, forse in modo più marcato che in passato e, comunque, di arrangiamenti che denotano al solito profondità ed accuratezza, grazie al brillante lavoro del duo Billy Howerdel –  Maynard James Keenan.

Non si tratta di un album che si può metabolizzare con un paio di ascolti, richiede un poco di attenzione per riuscire a penetrare davvero nelle pieghe di ogni pezzo ed è solo a quel punto che se possono apprezzare appieno le virtù. Allo stesso momento mi sento di affermare che si tratta di un lavoro solido ma cui manca qualche punta di diamante; la prima parte, in linea generale, si fa preferire alla seconda per compattezza ed intensità, strada facendo infatti qualcosa si smarrisce, in particolar modo in coda.

Prima di una rapida carrellata su ogni singola traccia, voglio ricordare che la line up è attualmente completata da Matt McJunkins (basso), Jeff Friedl (batteria) e James Iha (chitarra ritmica e tastiere).

1)  Eat the Elephant. Mood rarefatto per la title track posta in apertura. Suoni avvolgenti, un’atmosfera morbida punteggiata dal piano, un passaggio in stile APC.

2) Disillusioned. Ritmo battente e circolare, sciabolate della chitarra ed una ottima prova del frontman, capace di dosare potenza ed intensità della voce in modo magistrale. Un segmento strumentale, posto centralmente, precede una seconda parte più movimentata.

3) The Contrarian. Una ballad dai tratti incombenti e cupi si sublima in una fase in crescendo, in grado di coinvolgere molto all’ascolto.

4) The Doomed. Un testo abrasivo e sarcastico, su di una trama piuttosto ritmata e variata, in grado di spaziare con leggerezza e continuità tra i “forte” ed i “piano”.

5) So Long, and Thanks for All the Fish. Forse il brano meno elettrizzante, una sorta di alt-pop-rock che a mio avviso non decolla, nonostante le ricche orchestrazioni di cui è parzialmente corredato ed una citazione testuale di bowieana memoria.

6) TalkTalk. Piano, basso ed un ritmo lento e pulsante aprono per la voce qui estremamente ispirata, uno dei momenti più densi e brillanti del disco.

7) By and Down the River. Versione alternativa di un brano precedente dove Billy Howerdel piazza un breve ma ragguardevole solo. Da evidenziare nuovamente la qualità dell’interpretazione del frontman.

8) Delicious. Pezzo a due velocità: la prima parte si snoda morbida senza particolari sussulti pur tra cambi di ritmo. Il prosieguo, strumentale, vede invece una notevole accelerazione di quella che, in fin dei conti, si può definire una up-tempo ballad.

9) DLB. Conciso episodio strumentale giocato tra keys e piano, quasi una pausa di riflessione.

10) Hourglass. Segnata da sonorità electronic d’annata come l’uso del vocoder ed il cantato talvolta quasi “rappato” del singer, è uno dei passaggi in qualche modo più spezzettati e meno entusiasmanti in scaletta.

11) Feathers. Una batteria inesorabile, il piano ed una pausa evocativa guidata dalla voce di MJK, anticipano uno sviluppo melodico crescente, in cui svettano la chitarra di Billy Howerdel e le tastiere.

12) Get the Lead Out. Un loop ipnotico, suoni metallici (e di nuovo il vocoder) a fare da contrappunto ad un Maynard Keenan quasi angelico, per uno svolgimento che a mio vedere però si dilata oltre modo (quasi sette minuti) perdendo di efficacia.

Un ritorno importante quello dei A Perfect Circle e non poteva essere diversamente, ricordando le potenzialità dei musicisti. L’ampio lasso temporale intercorso non ha intaccato il fascino della band ma, se devo essere sincero, trovo che l’album presenti qualche momento non proprio all’altezza. Da ascoltare comunque, sicuramente !

 

Max

 

 

 

 

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