Marc Atkinson Brendan Eyre, vecchi compagni nei Nine Stones Close, decidono di riprendere il discorso iniziato qualche anno fa con Out Of An Ancient World e danno alle stampe il secondo capitolo facente capo al loro progetto denominato Riversea.

The Tide, questo il titolo del nuovo lavoro, annovera ancora una volta una fitta pletora di collaboratori noti agli appassionati; tra questi sono da ricordare Alex Cromarty (già batterista dei Mostly Autumn), Lee AbrahamRobin Armstrong Simon Godfrey alla chitarra, Tony Patterson qui in veste di flautista ed infine Olivia Sparnenn, voce dei Mostly Autumn.

Come si può vedere quindi, alcuni dei principali membri della scena new prog inglese attuale.

L’album dunque si muove sul solco tracciato circa sei anni fa col precedente e quanto al sound, dunque, non rivela particolari sorprese o colpi di scena; va detto che l’ascolto si mantiene globalmente su di una piacevole gradevolezza, risulta una certa ricerca e cura degli arrangiamenti (fondamentali le keyboards di Brendan Eyre) per un tipo di sonorità rapidamente identificabili, molto british.

Le tematiche trattate dai testi del cantante Marc Atkinson sono strettamente legate al tempo che stiamo vivendo, tra problemi sociali, contraddizioni e disuguaglianze che determinano così un plot meno sognante del predecessore.

Una partenza quasi floydiana contraddistingue il sound di The Tide, morbida ballad posta in apertura che contiene pregevoli vocalizzi a sostegno del timbro caldo di Atkinsons. La seguente Shine si snoda su coordinate diverse per mano di un ritmo crescente, “spezzato” da improvvise aperture; in occasione di una di queste comincia a ruggire la chitarra di Lee Abraham, concorrendo alla formazione di un brano di ottima atmosfera.

Blasphemy è un altro passaggio cruciale, per la prima parte guidato da piano e voce cui si aggiunge, poco dopo, una chitarra. L’ingresso del basso e poi della batteria conducono attraverso un fitto segmento strumentale. Da gustare pure Your Last Day, un’altra ballad segnata dalle tastiere ed intrisa di pathos che regala poi spazio alla sei corde di Robin Armstrong (Cosmograf).

Si sentono le pelli di Alex Cromarty nella più movimentata The Design. Fitti arpeggi della chitarra disegnano la trama in crescendo di Strange Land mentre note di basso, su di un tessuto creato tra synth e chitarra, accompagnano Goodbye My Friend. Ancora un approccio soft introduce Uprising, episodio interessante giocato su toni morbidi, pastello, con una bella scelta dei suoni.

Drowning in VertigoFall Out Warning con il buon interludio al flauto di Tony Patterson To Those That Are Left Behind sono pezzi garbati e piacevoli ma, a mio vedere, meno coinvolgenti.

In definitiva The Tide dei Riversea è un disco pervaso dalla malinconia, forse un poco troppo lento e statico nello svolgimento ma capace di colpire nel segno con sonorità di gusto. Il songwriting magari avrebbe avuto bisogno di un pizzico di varietà maggiore.

 

Max

 

 

 

 

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