God Is An Astronaut – Epitaph 2018

Pubblicato: aprile 25, 2018 in Recensioni Uscite 2018
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Se non di una vera e propria trasformazione di certo si tratta di una possente virata; questo è il messaggio rivelato dall’ascolto di Epitaph, il nuovo album dei God Is An Astronaut pubblicato per Napalm Records.

E’ innegabile che il sound del combo irlandese in questa occasione sia adombrato di tinte fosche, le placide ed oniriche atmosfere del passato ed i consueti soundscapes in crescendo sono qui attraversati da una vena di oscurità che trovo nuova o, quanto meno, inusuale. Ed è proprio questo il primo elemento che di istinto ho rilevato sin dal primo ascolto di Epitaph.

Senza andare troppo a ritroso nel tempo, è sufficiente riascoltare qualche passaggio di Helios/Erebus (2015) per captare la sterzata.Epitaph, restando a quanto ormai conosciuto sul suono del trio, è come un mare che progressivamente si increspa, una marea che si alza in preparazione della tempesta, agitata e scossa da un vento forte; un vento permeato di suoni più cupi, torvi, oserei dire quasi tenebrosi, che vanno a compenetrare gli usuali squarci eterei e sognanti.

A riprova di quanto accennato giunge la title track posta in apertura; lenta e delicata nelle prime battute scandite dal piano e dalle tastiere in sottofondo (Torsten Kinsella) e la successiva e crescente ondata noise, utile ad aprire per l’ingresso della ritmica. E’ un battere inesorabile (Lloyd Hanney), abbinato ad una tensione crescente che sfuma e si dirada per poi riacquisire impeto sino al termine.

Un passo ritmato, indirizzato da note piene del basso (Niels Kinsella), guida la prima fase di Mortal Coil. Permane il contrasto di toni (voluto) tra la melodia e l’arrangiamento che tende a esondare per mano di un drumming continuo ed in aumento. Un arpeggio di chitarra, sostenuto dal synth, chiude dolcemente il pezzo.

Winter Dusk/Awakening ritrae un crepuscolo invernale ed un risveglio, un passaggio tra il giorno e la sera, tra la fine di una stagione e l’inizio di un’altra. Un movimento lento ed ipnotico, sinuoso, per certi versi cinematico, nel quale ritrovo antichi rimandi ai  Kosmische Kuriere.

Senso di infinito, di vacuità, quello che si sprigiona dai primi suoni sospesi di chitarra e synth per Seance Room. Come se qualcosa aleggiasse, misterioso ed inafferrabile, tutto intorno. Una accelerazione intorno alla metà spezza questa sorta di incantesimo per lasciare posto ad un tornado di suoni arrembanti; da qui è una discesa inesorabile, vorticosa.

Un episodio completamente nello stile e nelle corde dei GIAA, atmosferico e descrittivo nella sua dolcezza e di grande impatto emozionale (Komorebi). Medea invece sale piano ed inflessibile, eterea nel suo moto ascendente sino ad una frustata della chitarra, funzionale a “chiamare” in soccorso basso e batteria per una seconda parte incandescente.

La chiusa è riservata a Oisín, una malinconica e nostalgica ballad condotta dal piano, una triste dedica alla scomparsa del cuginetto dei fratelli Kinsella.

Non è mai facile descrivere un album post rock perché è evidente che gran parte della partita si gioca sulle emozioni, sulle sensazioni, sui sentimenti, tra ricordi, assenze e speranze. Non fa eccezione quindi neppure Epitaph, il nuovo capitolo con il quale i God Is An Astronaut mettono loro stessi alla prova; da ascoltare.

 

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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