Prosegue sicuro il cammino dei milanesi Not A Good Sign, validissimi rappresentanti di un eclectic prog ben suonato e proposto nella ideale miscela tra un occhio al passato ed uno al futuro.

Un percorso discografico, quello di Paolo “Ske” Botta e compagni, cominciato circa 5 anni fa e giunto adesso al terzo capitolo, un passaggio il più delle volte cruciale per una band, sovente decisivo per misurarne la maturazione.

Forte di una formazione ormai consolidata, il quintetto lombardo non si sottrae così a questa sfida pubblicando Icebound, un lavoro molto coeso in cui trovano spazio momenti tecnici ed intricati e, a completamento, altri emotivamente “caldi” ed appassionati.Il dato che più risalta dall’ascolto dell’album è inerente alla cifra stilistica raggiunta dalla band, una cifra composta da buona dote di personalità e sapienza nel miscelare intuizioni temporali diverse, cose che alla fine concorrono appunto a determinare la riconoscibilità di un sound. Dunque, manca ancora poco a mio parere ed il cerchio si chiude al meglio. In un panorama attuale, quello delle band italiane, dove si avanza un poco a fatica i Not A Good Sign (ed aggiungerei nomi quali Barock ProjectDropshard, Ingranaggi Della Valle) sono a mio avviso una delle realtà più solide in circolazione.

Venendo ad Icebound, la track list si apre con una ispida e movimentata introduzione strumentale (Second Thought), degno prologo di Frozen Words, guidata inizialmente dal piano e dalla voce di Alessio Calandriello mentre nelle retrovie i piatti ed un drumming molto contenuto (Martino Malacrida) preparano l’ingresso della chitarra (Gian Marco Trevisan) per un’atmosfera sospesa ed a tensione variabile.  E’ poi una corposa linea di basso (Alessandro Cassani) a dettare un deciso cambio di ritmo, di passo, per un fitto e sostenuto segmento strumentale scandito da una groove importante. La parte terminale si snoda su di un ritmo sincopato,sino a sfumare gradualmente.

C’è l’opportunità di cogliere anche squarci più romantici e questo si materializza con la strumentale Hidden Smile. Un movimento lento e crescente guidato dalle keyboards e da un violino (Eloisa Manera), prepara il campo ad un solo ispirato della chitarra; poi di nuovo cresce il regime di rotazione e con esso la varietà di soluzioni, enfatizzate dall’ interplay tra chitarra e tastiere e dai repentini cambi di tempo della ritmica, pronta ad improvvise accelerazioni.

Un filler, per quanto di gusto (As If) e torna in primo piano la voce del singer, aprendo in modo etereo con efficaci e riuscite armonie vocali per Down Below. Brano immaginifico e camaleontico che nello svolgimento acquista corpo grazie ad una trama fitta, spessa, in cui la batteria e le tastiere di Paolo Botta recitano la parte del leone sino all’epilogo, affidato alla sei corde.

Accennavo sopra a passaggi basati su di una costruzione piuttosto intrecciata. Truth ne è un tipico esempio; keyboards in grande evidenza ed un drumming serrato e battente introducono il cantato di Calandriello che si inerpica tra ripide salite.  Una lunga sezione strumentale con qualche riverbero di crimsoniana memoria illumina la seconda parte del brano.

Il basso ed un electronic soundscape aprono per la chitarra in un breve bozzetto (Not Yet) che precede il pezzo più dilatato in scaletta, Trapped In, poco meno di dieci minuti in bilico tra note pulsanti del basso, possenti trame delle tastiere e l’intervento dei fiati del grande David Jackson, mentre il singer nuovamente si destreggia su di una trama tortuosa. Uno spaccato centrale più dolce, enfatizzato dal violino, si consuma in una nuova trama guidata da Jackson e da alcuni accordi della chitarra acustica; quindi, un rush finale crescente e corale porta alla conclusione.

Tocca alle note del piano condurre l’ultimo pezzo, arricchito dal lavoro del synth e da un basso oscuro e ripetitivo per un breve ma suggestivo quadretto (Uomo Neve).

Icebound dunque segna una positiva conferma per i Not A Good Sign, artefici ormai di un proprio sound dai colori e prerogative ben definite. C’è molta farina del proprio sacco, non si pesca continuamente dal passato e questo è senza dubbio sinonimo di personalità.

 

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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