Arena – Double Vision 2018

Pubblicato: maggio 11, 2018 in Recensioni Uscite 2018
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A tre anni di distanza da The Unquiet Sky ma, sopratutto, giusto a venti anni dall’uscita di The Visitor al quale idealmente si riallaccia, gli Arena pubblicano la loro nuova fatica dal titolo (appunto) Double Vision.

Si tratta del nono album in studio per la band guidata dal biondo tastierista Clive Nolan e dal batterista Mick Pointer; la formazione debuttò, lo ricordo, ormai ben 23 anni fa. I rimandi e la ricerca del completamento di qualcosa rimasto in sospeso su The Visitor sono qua e la sensibili e, per di più, in qualche modo confermati dallo stesso Nolan in sede di presentazione del disco.

L’esito, parere del tutto personale, ne è piuttosto distante.Avere in squadra un chitarrista come John Mitchell, una delle menti creative più brillanti del panorama inglese new prog, e relegarlo ad un ruolo secondario non giova molto al songwriting che qui risulta un poco accademico e ripetitivo. Basta andare a riascoltarsi l’ultimo lavoro dei Kino oppure Lonely Robot per comprendere ciò che intendo.

Sulla voce di Paul Manzi poi, in passato mi ero già espresso, sottolineandone quelli che sono a mio avviso pregi e difetti.

Arena pare una band troppo ancorata a schemi e modelli del passato, un passato assolutamente nobile, resti inteso, ma che gioco forza necessita di rinnovamento. Niente da dire sulle qualità dei singoli musicisti, tanto meno sulla loro forza d’insieme ma è proprio la qualità delle composizioni e delle trame che manca di slancio e spesso di freschezza, facile preda di schemi ormai sviscerati allo sfinimento.

Torno a ripetermi, questa non vuole essere una bocciatura tout court ma, dopo più di vent’anni di onorata carriera, resta fondamentale avere in dote un minimo di capacità di trasformazione e/o di aggiornamento.

Entrando in dettaglio, Double Vision si divide in 7 tracce, delle quali l’ultima ne rappresenta forse il core e si tratta di una suite lunga circa 23 minuti. Le prime fasi ed il successivo sviluppo di Zhivago Wolf lasciano chiaramente intendere quali siano le coordinate sulle quali il quintetto intende muoversi e dunque, quelle evidenziate dalle due precedenti pubblicazioni dove il sound, a tratti, si è irrobustito. Il brano scorre piacevolmente, una linea melodica abbastanza diretta (talvolta all’eccesso), tastiere da un lato e chitarra (scura) dall’altro a “fronteggiare” gli strappi della ritmica che vede un Pointer effervescente.

La partenza è buona come, in abbrivio pare scoppiettante anche quella della seguente The Mirror Lies; ben presto però la melodia si rivela piuttosto fragile e datata e, nonostante il consueto rinforzo di John Mitchell, le keyboards recitano un copione massivo ma prevedibile.

Sulle note di un arpeggio muove i primi passi Scars, un quadro quasi favolistico segnato dalle impennate vocali del cantante. L’ingresso simultaneo della chitarra e del resto della band regalano una improvvisa sferzata di energia, un ampliamento della visuale sonora per un corposo interludio strumentale di cui beneficia subito il brano.

Seguono tre passaggi che non suscitano alle mie orecchie particolari scossoni, risultando piuttosto neutri. Il primo di questi, Paradise Of Thieves, si segnala per l’inquieto e variato drumming di Mick Pointer ma (di nuovo) per una linea melodica a dir poco prevedibile. Il secondo, Red Eyes, dapprima avvolgente e poi serrato, soffre ancora di alti e bassi, alternando frazioni compatte ad altre dal forte sentore deja-vu, esemplificate da alcune fughe delle tastiere. Il terzo ed ultimo, Poisoned, assume i contorni di una onesta ballad che però non prova mai ad uscire dai canoni più scontati.

Ed infine la poderosa suite di cui accennavo sopra, The Legend Of Elijah Shade. Qui a mio parere si concretizza l’episodio più zoppicante del disco, in un lungo avvicendarsi di stereotipi, di situazioni e soluzioni largamente intuibili, un dilungarsi in questo caso smodato pur a fronte di buone sonorità. Se oramai tutte le progressive band si sono cimentate su queste distanze (e gli Arena avevano già dato), ritengo che al giorno d’oggi sarebbe saggio affrontarle solo con qualcosa di veramente consistente da elaborare.

In definitiva questo Double Vision lo accolgo come un album non troppo a fuoco, dove la commistione tra i lavori più recenti ed i dorati tempi che furono non è ben riuscita. Ribadisco, nulla da obiettare sulle qualità dei singoli ma le composizioni non mi sembrano irresistibili.

 

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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commenti
  1. Riccardo ha detto:

    Recensione da sottoscrivere al 100% è da tre dichi ormai che non osano più di tanto,rinnegando così la parola “prog” in più va sottolineato che su questo non ci sono pezzi che gridano al miracolo,buone composizioni ma nulla più…un vero peccato.

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