Reduci da un’uscita a mio avviso non propriamente esaltante (Under The Red Cloud  2015), tornano in prima linea gli Amorphis presentando via Nuclear Blast il loro tredicesimo album, dal titolo Queen Of Time.

La regia del puntuale Jens Bogren guida la band finlandese anche attraverso l’apporto massivo di un coro ed un’orchestra, enfatizzando alla bisogna i passaggi più lirici oppure quelli più aggressivi, declinati in dieci brani per la durata complessiva di un’ora circa.

La pubblicazione precedente in effetti aveva evidenziato qualche dubbio circa una certa ripetitività del songwriting, chiuso rigidamente in uno steccato che in passato aveva fatto la fortuna della band ma che, a lungo andare, cominciava a mostrare la corda. E dunque l’interrogativo, di rito in questo caso: sono riusciti gli Amorphis a superare l’impasse ?La risposta è affermativa o perlomeno, in massima parte la missione è riuscita. Ad un avvio non proprio travolgente, risponde infatti un nucleo centrale di brani (per l’esattezza 5) in cui il sestetto ritrova la magia di un tempo, tra arrangiamenti sospesi tra malinconia e spinta possente con un’ottima resa corale, un Tomi Joutsen assoluto protagonista nella doppia versione clean/harsh, ed una band, in definitiva, che ritrova l’innesco, la scintilla dei giorni migliori.

Peccato per i due pezzi conclusivi che ripiegano un poco su sé stessi altrimenti staremmo parlando di un livello complessivo molto alto ma, ribadisco, il melodic death metal dei finnici ne esce rivitalizzato, come evidenziato dal promettente avvio di The Bee, brano scelto come singolo, dotato di grande tiro anche se un poco prevedibile nello sviluppo melodico. Il “doppio gioco” del cantante è qui perfettamente esemplificato e le avvolgenti orchestrazioni provvedono al resto.

Un passaggio solido, permeato però da un’aria e da un refrain abbastanza fragili e datati (Message In The Amber), precede un’altra traccia robusta, uno scatto felino nello stile del gruppo dove esplode un’aggressività quasi in odore black metal e…l’inatteso e fugace innesto di un sax; tutto viene poi nuovamente amplificato dall’intervento del Coro (Daughter Of Hate).

Di qui bisogna allacciare le cinture di sicurezza perché comincia una vera giostra ! Cinque traccianti consecutivi, nei quali gli Amorphis rinvengono nuova linfa compositiva, capaci di coniugare alla bisogna l’impetuosità di un sound aggressivo con la malinconia delle melodie appartenenti ai cieli invernali del Nord.

The Golden Elk (contenente un segmento di matrice orientaleggiante). Wrong Direction (una cavalcata ritmata e dall’imprinting melodico coinvolgente). Heart Of The Giant (una veloce serie di colpi ben assestati, sfumati dalle consuete “aperture”). We Accursed (un abbrivio ed uno svolgimento quasi da soundtrack). Grain Of Sand (una ulteriore esplosione di energia in cui va sottolineato l’apporto del rientrante Olli-Pekka Laine al basso).

Quindi, cala vistosamente l’intensità con Amongst Stars, nonostante la felice performance vocale dell’ospite di lusso Anneke van Giersbergen, per riprendere la retta via con le ultime veementi sciabolate affidate a Pyres On The Coast.

Album di sicuro perfettibile ma che segna comunque una decisa e gradita ripresa. Ben tornati Amorphis !

 

Max

 

 

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