Edito per KScope esce in questi giorni Soyuz, il nuovo e decimo album degli inesauribili norvegesi Gazpacho. A grandi linee, l’idea alla base di questo lavoro fa riferimento alla impossibilità di “salvare” (per poi rivivere) i migliori momenti della nostra vita e quindi ecco la fantasia di congelare gli istanti e gli episodi più felici attraverso otto brani che raccontano altrettante storie, lungo i secoli e Paesi lontani; tra questi, come da titolo, il viaggio della navicella spaziale sovietica Soyuz, terminato per un guasto con la morte del pilota Vladimir Komarov.

Da un punto di vista musicale il sestetto ribadisce  la propria indole intimista, a tratti oscura ed incombente, crossover nel DNA e quel seme di minimalismo di stampo Radiohead che è quindi germogliato prepotentemente, accompagnato da altri riverberi più o meno evidenti o consueti.Senza dubbio si tratta di un disco non così malleabile, anche chi scrive ha dovuto prestare attenzione per alcuni ascolti assolutamente dedicati, Soyuz non è un lavoro diretto e ad un approccio superficiale non si concede facilmente anzi, può anche risultare un poco straniante se non fuorviante.

Come dicevo, diversi rimandi ai Radiohead risultano sempre inequivocabili e, tra le pieghe delle tracce, compaiono a mio avviso nuovamente richiami ai Marillion ed ai Muse. E’ semplice dunque comprendere che Soyuz si svela man mano, cammin facendo e di primo acchito, quelle che possono apparire delle vere citazioni, diventano poi segni che contraddistinguono e segnano definitivamente l’album; in positivo o in negativo lo lascio alla valutazione di ognuno.

Auto indulgente, derivativo, impersonale, forse anche un pò troppo “pensato”: queste le mie prime impressioni che in seguito a ripetuti ascolti sono andate solo in parte elaborandosi. forse anche grazie al fatto che i Gazpacho in questo frangente, tranne un episodio peraltro felice, hanno evitato di dilatare i brani oltre misura. La band norvegese ha indubbiamente cesellato nel tempo una propria cifra stilistica; questa però è lambita da troppi ed ineludibili riferimenti esterni che finiscono per risultare in eccesso.

Atmosfere delicate, sospese (spaziali è il caso di dire), come quelle dipinte e narrate dalla voce di Jan Henrik Ohme nell’introduttiva Soyuz One rendono quasi automatico il riconoscimento del gruppo ma, altrettanto, l’alveo di appartenenza. Molto bello lo stacco che separa le due fasi del brano, con la seconda più mossa e ritmata, ispirata e da sottolineare resta l’interpretazione del singer.

Allo stesso modo, su un versante diverso, l’andamento crescente del pezzo, marcato dal basso di Kristian Torp, evolve in corali e larghe aperture che di getto richiamano alla mente alcuni passaggi dei Muse di Matt Bellamy (Hypomania).

Un segmento breve ma di matrice meno contaminata, più originale, è sicuramente la lenta e dolente Exit Suite dove piano, violino (Mikael Krømer), un “corpus” electronic e la voce del cantante tracciano un quadretto di rara intensità e malinconia.

Emperor Bespoke vive due stadi: il primo, preparatorio, in cui campeggiano suoni morbidi ed in buona parte acustici, che avanzano progressivamente sino ad un intervento della chitarra (Jon-Arne Vilbo) da cui si dipana un break strumentale. Il secondo ricalca grosso modo il precedente,poggiando su di un refrain sofferto e lamentoso.

Il piano quasi in loop (Thomas Andersen), un possente arrangiamento di archi, un’atmosfera lontana e mistica fanno da cornice al testo cantato con passione per Sky Burial mentre un soundscape favolistico, con qualche vago accenno marillico, caratterizza Fleeting Things.

Soyuz Out, tredici minuti abbondanti, narra il triste epilogo del rientro dallo spazio della navicella sovietica. Il passaggio è in effetti prolungato ma qui i Gazpacho sono bravi a rendere musicalmente fruibile il racconto, riuscendo a sovrapporre suoni e situazioni uno sull’altro più efficacemente che in altre occasioni.

Con una struggente intensità, con tanto pathos e trasporto (direi hogarthiano..), chiude la rassegna Rappaccini, brano che prende spunto da un racconto, ambientato in Italia, dello scrittore statunitense Nathaniel Hawthorne.

Mai come in questo caso mi sento in imbarazzo nell’inquadrare un album perché, pure a fronte di una resa innegabile, troppi a mio vedere sono in Soyuz i richiami ad altre band e non è la prima volta che lo sottolineo. Gazpacho sono ormai da molti anni una realtà, hanno talento ma…

 

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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