Dici Spock’s Beard e ripensi agli anni ’90, a quella stagione che ha partorito e rappresentato la nascita della terza generazione del progressive rock, andato poi declinandosi sotto varie forme. Tredici album in studio all’attivo, alcuni live, un’intensa attività costellata di tournée in giro per il mondo…ed oggi, con il consueto piglio ed ancora una buona dose di entusiasmo, la band statunitense richiama l’attenzione su di sé con Noise Floor, il nuovo lavoro che si compone di un CD ed un EP suddiviso in 4 brani.

La formazione registra l’importante rientro (almeno in studio) di Nick D’Virgilio alla batteria in luogo del fuoriuscito Jimmy Keegan; l’album, come andremo a vedere, mostra le consuete peculiarità della band, qui a mio parere più a fuoco che nel recente passato (The Oblivion Particle).Nessuna novità particolare dunque, sonorità pastose per un impianto collaudato, tanto tanto mestiere ma, come ripeto, resta la sensazione di una maggiore omogeneità, di una riuscita globale migliore pur in assenza di un accenno di nuovo, di diverso, di qualcosa che sia appena fuori dai binari noti. Antica questione da sempre dibattuta ma in questa occasione mi sento di sottoscrivere l’indirizzo delle “barbe”, nel senso che il sound del quintetto risulta ancora vivo e di qualità, pur se piuttosto prevedibile.

Pubblicato per Inside OutNoise Floor consta di otto tracce per una durata di un cinquantina di minuti e si apre con una tipica cavalcata nello stile del quintetto californiano. To Breathe Another Day guarda a ritroso (e non sarà l’unico episodio), verso ricordi legati all’epopea Yes ed ai seventies, venati di quella tipica grinta di certo prog di oltre oceano; impazzano organo e synth di Ryo Okumoto, la ritmica scandisce un tempo rotondo ed implacabile affidando variazioni alle pelli di D’Virgilio mentre si sentono sempre più poderose le linee del basso di Dave Meros. Il timbro alto di Ted Leonard ha il suo bel daffare a fronteggiare un muro di suono come sempre di tutto rispetto.

La chitarra di Alan Morse sugli scudi, seguita da mellotron e basso per What’s Become of Me. Un poderoso avvio strumentale (in salsa cremisi) prepara l’ingresso della voce e dei cori e qui la matrice SB diviene preponderante. Buono come sempre l’arrangiamento, efficace l’interplay tra chitarra e tastiere mentre trovo un po’ datata la linea della melodia cantata.

Un avvio da ballata acustica ed un improvviso cambio di ritmo, prima di una pausa giocata tra voce e chitarra acustica. Somebody’s Home prende forza sfiorando alcune ascese in stile AOR, una tentazione che ha serpeggiato qua e la nel percorso dei Spock’s Beard; una seconda frazione più strutturata innalza le quotazioni del brano che trovo comunque il meno entusiasmante.

Sono ancora le funamboliche keyboards di Okumoto ad indicare la direzione, affiancate dalla chitarra, per introdurre Have We All Gone Crazy, un serrato passaggio in cui si distingue la mano del rientrante batterista per varietà di tempi e colpi. Andamento tortuoso e multiforme nel quale molti strappi sono affidati ad Alan Morse ed in cui, a mio vedere, Ted Leonard fatica un poco. L’epilogo è quello tipicamente in crescendo, un vero marchio di fabbrica.

Non poteva mancare una ballad romantica e sentita e a tale proposito giunge  So This Is Life. Ambientazione floydiana, voci filtrate, arrangiamento corposo e suoni caldi dipingono un soundscape sognante in cui vanno a nozze i solo della chitarra; quando mi riferivo al “tanto mestiere” della band mi era d’obbligo passare da qua.

Scoppiettante avvio per  One So Wise, altro episodio in cui la band guarda al proprio passato e a quello di chi li ha preceduti (Yes). Dave Meros protagonista col suo basso, una groove possente, importanti tessiture del tastierista e ripetute armonie vocali rimandano gioco forza indietro nel tempo. La parte conclusiva riserva un ulteriore cambio di ritmo e spazio per una fuga impazzita sui tasti dell’organo.

Partenza bruciante e molto articolata per Box of Spiders in cui si mettono (di nuovo) in luce le notevoli doti del drummer. Basso, batteria, mellotron…torna ad aleggiare in modo incisivo un alone crimson per un brano strumentale che colpisce il bersaglio.

Beginnings, un anthem, ha tutte le prerogative melodiche e strutturali (immagino un’apoteosi live !!) per chiudere in bellezza un album tutto sommato convincente che, a mio parere, si pone un gradino sopra il precedente. Ad una band con una storia quasi venticinquennale, oggettivamente, è difficile chiedere molto di più.

Il secondo CD di Noise Floor è in realtà un EP composto da quattro tracce di matrice prog/pop, dove la band si lascia un poco andare, allentando la tensione e proponendo soluzioni meno complesse, più easy. Tra di esse segnalo Bulletproof, larga e corale e Armageddon Nervous, strumentale che non avrebbe sfigurato nel primo CD.

 

Max

 

 

 

 

 

 

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