Dopo poco più di due anni e mezzo di silenzio si riaffacciano i tedeschi Subsignal presentando, via Gentle Art of Music, il loro quinto lavoro, La Muerta.

Prodotto da Yogi Lang e Kalle Wallner (RPWL), il nuovo album traccia un nuovo punto di equilibrio per il quintetto che nel frattempo ha arruolato Markus Maichel alle tastiere in luogo di Luca Di Gennaro; il sound della band pare sfrondato da qualche fronzolo di troppo, alleggerito e snellito nella costruzione e nello sviluppo, ricercando una miscela tra progressive, qualche incursione hard rock e non disdegnando, tra le righe, alcune sfumature A.O.R. e, azzarderei, persino pop.

Sulla carta mi si potrà obiettare che non c’è poi molto di nuovo ma in realtà, all’ascolto, le sensazioni sono diverse. 

La Muerta infatti, pur non immune da pecche, è il disco meglio focalizzato da Markus Steffen e soci degli ultimi tempi e, almeno in questo caso, l’avere sgravato le trame non solo non è un difetto ma risulta invece funzionale alla ricerca di quella identità che come band, forse, mai avevano raggiunto prima.

Se la qualità dalle parti di di Monaco non era mai venuta meno, è pur vero che spesso difettava la personalità ed il carattere, celato evidentemente tra le pieghe di un prog metal abbordabile; la chiave di volta ha coinciso con una maggiore vocazione alle parti melodiche, qui in grande evidenza, le quali riescono a costituire un vero e proprio filo conduttore. Di contro, come vedremo nella parte terminale, quando questa attenzione diventa un adagiarsi allora la prestazione scende automaticamente di livello ma, ripeto, tra pesi e contrappesi…il disco è piacevole.

Tralasciando la breve intro iniziale, sono dieci i brani composti dal chitarrista Markus Steffen e dal cantante Arno Menses, i due band-leader; il piglio sicuro della title track rappresenta l’effettivo inizio dell’album ed è subito semplice constatare come parti vocali, riff di chitarra, tappeti di tastiere e ritmica si incanalino immediatamente su di un percorso in sicurezza, su coordinate in assoluto intuibili ma che, relativamente ai Subsignal, risultano adeguate.

Proseguendo, colpisce l’incedere vagamente Coldplay di  The Bells of Lyonesse, un brano crescente e largo segnato dalle note del basso (Ralf Schwager) e da un chorus possente in cui la voce è stabilmente in primo piano.

Bruciante partenza del synth (Markus Maichel) per Every Able Hand, pezzo che ripesca atmosfere da prog-ballad e vive del contrasto tra sonorità delicate ed altre più scure, in una continua girandola di colori, quasi..in odore Yes. Da segnalare l’incisivo break della chitarra di Steffen.

Breve ma tremendamente evocativo, il solitario arpeggiare di una chitarra classica accompagnato sullo sfondo da un flebile arazzo delle tastiere, probabilmente il momento più alto dell’album (Teardrops Will Dry in Source of Origin).

Piano e chitarra si inseguono, quindi è il turno di basso-batteria-chitarra ed infine la voce: così apre  The Approaches, un altro episodio in cui una trama più strutturata si unisce felicemente ad una melodia ben calibrata. Di nuovo si colgono rimandi agli Yes, epoca anni ’80.

Un primo scricchiolio si avverte seguendo Even Though the Stars Don’t Shine; i richiami al passato si fanno sin troppo evidenti, ondeggiando tra tentazioni prog per planare su di un terreno A.O.R. del tempo che fu. Il velivolo riprende quota con la successiva The Passage dove l’alchimia tra gli input torna quella giusta, ben bilanciata e tra l’altro, a mia memoria, ricorda in qualche frammento gli Asia.

Dopo di che…i Subsignal scivolano su due bucce di banana. La prima, When All the Trains Are Sleeping, manca di temperamento, veleggiando costantemente sul confine dell’ovvio. La seconda, As Birds on Pinions Free, varca quel limite con esiti facili da prevedere.

In chiusura Some Kind of Drowning rimette le cose a posto: una ispirata e romantica ballad guidata dal piano e interpretata a due voci, da Arno Menses Marjana Semkina, cantante dei Iamthemorning e qui in veste di ospite di lusso.

In sintesi: un album che su scala assoluta è senza dubbio piacevole, scorrevole, fluido ma non fa di certo gridare al miracolo. Relativamente alla discografia della band, invece, mette a segno un punto importante pur tra qualche evitabile imprecisione .

Il parallelo con Paraiso ci può stare tranquillamente ma a mio parere La Muerta è più centrato e rappresenta forse la reale dimensione di questo gruppo.

 

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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commenti
  1. Osvaldo ha detto:

    Grazie Max, sei un grande. Come ci capisci. Questo è un gruppo fantastico. Grazie a te che ho scoperto questa super band. Buona vita Max

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