Pineapple Thief – Dissolution 2018

Pubblicato: settembre 3, 2018 in Recensioni Uscite 2018
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Assoldato definitivamente Gavin Harrison ed il suo enorme bagaglio di tecnica ed esperienza, tornano a far parlare di sé i Pineapple Thief e lo fanno con Dissolution, nuovo lavoro del quartetto guidato da Bruce Soord, edito ancora una volta da Kscope.

E non è da poco la curiosità di andare a verificare la proposta della band a due anni di distanza da quello che rimane sin qui (a mio parere) l’episodio più completo e maturo della loro discografia, Your Wilderness.

In linea generale dunque si può parlare di una nuova stagione per Soord e compagni, le idee sono più a fuoco ed il cammino procede senza tentennamenti, giovandosi ora pure dell’apporto fattivo (ed in alcuni casi determinante) di un Gavin Harrison non più turnista, seppure di gran lusso, ma membro effettivo.Ed ancora, ricordato come nel passato più recente il gruppo avesse abbracciato sempre più da vicino il respiro ed il sound del quali sono permeati i Radiohead, va pure rilevato come in Dissolution a questo afflato si sovrapponga, talvolta prepotentemente, una “intenzione” che sa molto di Porcupine Tree nella costruzione di alcuni episodi, tra frasi melodiche ascendenti e pesanti spaccati strumentali dove proprio GH orienta fortemente il sound con un drumming spesso impeccabile. I richiami a Yorke e soci rimangono affidati in buona parte a momenti acustici o comunque più raccolti e questo processo fa si che ne esca un album da analizzare per ogni singolo dettaglio, passando capillarmente in rassegna le varie soluzioni proposte dal gruppo del Somerset che sembra non lasciare nulla al caso.

Le nove tracce in scaletta raccontano essenzialmente del controverso ed ormai abituale rapporto che ognuno di noi intrattiene con i social ed il mondo virtuale, una rete di conoscenze e di collegamenti entro la quale spesso è facile smarrire il contatto con la realtà, nell’illusione di sentirsi connessi col mondo ma perdendo di vista talvolta la connessione con noi stessi. Un tema forse non così originale ma che, personalmente, ritengo di urgente attualità.

Poco più di due minuti di vero raccoglimento; accompagnata da note minimali del piano, la voce quasi sussurrata di Bruce Soord snocciola un  breve testo, claustrofobico e minaccioso, per una introduzione molto particolare (Not Naming Any Names).

Un rullante fortemente scandito, quasi marziale, apre Try As I Might. Il ritmo prende progressivamente a salire mentre improvvise aperture melodiche forniscono colori diversi ad un soundscape di per sé oscuro. In evidenza la linea del basso di Jon Sykes ed uno strappo della chitarra ma è la storia del drummer che, complessivamente, qui comincia a farsi notare.

Una partenza morbida e dei rimandi al precedente lavoro lasciano poi spazio ad una accelerazione; il canovaccio si snoda su queste coordinate sino ad un primo intervento della batteria tramite il quale si apre una frazione molto più complessa e ruvida, prima della ripresa del tema (Threatening War).

Tastiere, una groove lenta ma solida ed il canto di Soord anticipano i primi interventi della chitarra. Andamento pienamente “porcospino” per un brano che aumenta di intensità sino ad un deciso inserimento della sei corde. Da sottolineare l’atmosfera che un arrangiamento curato riesce a profondere (Uncovering Your Tracks).

Un conciso e ritmato passaggio, largo e all’occorrenza molto variato dai colpi del batterista (All That You’ve Got), precede l’inizio della parte migliore dell’album.

Far Below si apre con i connotati di una up-tempo ballad, un richiamo al passato della band in cui alcune tessiture minimal si intersecano con un arrangiamento strutturato (bello un interplay tra piano e batteria) e la capacità di cambiare passo con estrema naturalezza (la sezione strumentale prima della chiusura ne è un ottimo esempio).

Di nuovo Radiohead oriented per la brevissima ballata acustica Pillar Of Salt, segnata da un testo disarmante. E per concludere, i due momenti a mio avviso meglio riusciti; il primo è un pezzo piuttosto dilatato (11 minuti circa) nel quale i Pineapple Thief sfoderano una prestazione magistrale per intensità e capacità di creare atmosfere pregnanti con apparente semplicità. Torno sulla scelta dei suoni, la loro sequenza, le soluzioni, perché spesso queste sono qualità fondamentali per avere un apporto ulteriore a ottimizzare il risultato conclusivo. White Mist si compone così di un’architettura mobile, su più livelli, che riescono a sovrapporsi nel giusto ordine creando spazio e margine per la tecnica unita ad un progetto ben definito.

Tinte e toni soffusi in avvio per Shed A LightE’ solo una breve fase perché poi ci pensa da par suo Harrison ad alzare pathos ed intensità; una splendida ballad che si sviluppa attraverso un gioco di specchi, in questa alternanza quasi chirurgica che conduce ad un epilogo serrato ed in crescendo.

Difficile affermare con certezza se Dissolution rappresenti per i Pineapple Thief un’ulteriore salto di qualità. Personalmente ritengo che si attesti sull’ottimo livello del predecessore ma è indubitabile che da un paio di anni la band abbia raggiunto una dimensione cui prima non apparteneva.

 

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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