Quelli che tra voi hanno la bontà di seguirmi avranno notato che solitamente, raccontando di un nuovo album, non sono incline a stroncature tout court né, tanto meno, per partito preso. Se un lavoro proprio non mi convince tendo ad oltrepassarlo; quando si tratta però di una band ben conosciuta e/o che ho avuto modo di apprezzare, mi sento in dovere di descrivere comunque alcune impressioni.

E’ il caso quindi dei Crippled Black Phoenix e della loro ultima uscita, intitolata Great Escape. Decima pubblicazione nell’arco di undici anni e qui, a mio modesto avviso, comincia ad incepparsi qualcosa fin dal primo ascolto. Mantenere un ritmo simile trovo sia impensabile, oltre che infernale, se non a scapito della qualità compositiva e delle idee che, per quanto brillanti nella mente di Justin Greaves, difficilmente potranno tendere all’infinito.Oltretutto quando poi consideriamo che il perimetro di azione della band si è snodato principalmente su di una direzione space rock in cui improvvisazione, dilatazione e sperimentazione hanno compiuto già buona parte del loro corso, le possibilità di ripetersi o di non trovare soddisfacenti sbocchi alternativi aumentano a dismisura e adesso, probabilmente, si sono tramutate in realtà. In definitiva, quello che in passato avevo paventato come pericolo, ho la sensazione stia diventando una certezza, urge uno stop.

Esaurite le considerazioni di ordine generale ed entrando nei dettagli, va rilevato come la line up di Bronze sia rimasta tale ove si eccettui l’inserimento aggiunto di Helen Stanley per alcune parti cantate: le due voci guida pertanto permangono quelle di Daniel Änghede e di Belinda Kordic.

Great Escape si compone di 11 tracce e, come uno specchio, ritorna l’immagine di un gruppo in grado di produrre tuttora buoni segmenti sonori ma piuttosto a corto di idee; emblematiche sotto questo aspetto l’introduttiva You Brought It Upon Yourselves, un episodio space rock suggestivo ma di fattura piuttosto datata (scuola seventies) e la seconda e conclusiva parte della title track, imperniata su un giro di basso ed un soundscape assolutamente di matrice floydiana, cui conferisce il definitivo imprimatur la chitarra. Le fasi centrali e terminali del lungo brano trovano invece una direzione più personale, riscattando così in parte un avvio scialbo.

Il singolo To You I Give offre alcuni tra i momenti più a fuoco della track list; probabilmente qui c’è meno sperimentazione, Greaves e compagni non osano molto ma il pezzo è ben bilanciato, tagliato su misura per la band, evocativo in alcune sonorità alte e sospese, serrato e mordente in altre.

Così, procedendo sempre in ordine sparso, voglio citare la prima parte della title track che prende il via tra canti gregoriani ed un’atmosfera soffusa post rock, per poi evolvere in un crescendo molto largo, ad ampio respiro. Ed ancora, si prosegue in territorio post rock con Times, They Are A’Raging, passaggio ambizioso ed avvolgente in cui i Crippled riescono ancora ad assestare una bella zampata, come pure con la tenebrosa ed inesorabile Rain Black, Reign Heavy.

Purtroppo il resto del canovaccio si attesta ampiamente un gradino sotto; da Uncivil War (Pt I), solenne e breve strumentale, a Madman nella quale i CBP tornano a cimentarsi con alchimie  electronic. Da Slow Motion Breakdown, altro momento strumentale abbastanza prevedibile, a Las Diabolicas, pezzo “carico” nelle intenzioni ma un pò impalpabile alla resa dei conti, passando per Nebulas, una traccia impregnata di lontani echi eighties non proprio memorabile.

Molto complicato dunque tentare di reinventarsi ad ogni pubblicazione, si rischia di smarrire il cammino oppure di rimanere prigionieri in un labirinto. Insisto, una pausa sarebbe utile.

 

Max

 

 

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