Una lieve spruzzata di Jethro Tull, una lacrima di Caravan, rimandi a Renaissance e a Fairport Convention ed una strizzata d’occhio ai Gentle Giant, oltre ad una sostanziale parte di atmosfere a cavallo tra il medioevo ed il Rinascimento. Musica folk antica (per mezzo di una strumentazione quanto meno singolare) ed accenti progressive, questo dunque erano i Gryphon, band inglese degli anni ’70 che poteva contare su di un affezionato pubblico di nicchia e poco più. Dopo alcune sporadiche esibizioni live, seguite alla reunion, il colpo a sorpresa: un nuovo album, intitolato Reinvention, a ben 41 anni di distanza da Treason.

Brian Gulland (fagotto, cromorno, trombone, harmonium tastiere e voce), David Oberlé (batteria e voce) e Graeme Taylor (chitarre e voce), sono i tre membri originari che hanno voluto riportare in vita ed in un certo senso…reinventare il gruppo.A loro si sono uniti Graham Preskett (violino, mandolino e tastiere), Andy Findon (flauto, sax, clarinetto, cromorno) ed il bassista Rory McFarlane. Questa la nuova formazione, la versione 2.0 dei Gryphon che oramai si credevano inghiottiti dalle nebbie del passato.

Il nuovo album, sesto della discografia, non tradisce le origini ed anzi, ne cavalca le peculiarità fondamentali. L’ascolto è un vero e proprio viaggio a ritroso nel tempo e va sottolineato come il gruppo non abbia smarrito coesione e determinazione, riuscendo tra l’altro a bene integrare i nuovi elementi. Di certo si tratta di un impatto molto particolare e che, non lo nascondo, cela tra le pieghe talvolta un senso di staticità, o per contro, un eccessivo avvilupparsi sulla rigidità di alcune trame; scotto che temo sia inevitabile per la tipologia di sonorità proposta da Gulland e compagni, cui va comunque un plauso per il coraggio dimostrato non solo a tornare sulle scene ma sopratutto per una tale fedeltà al proprio progetto.

A mio vedere il disco non contiene passaggi indimenticabili anche perché, ripeto, fortemente orientati. Senza dubbio tracce come l’introduttiva Pipe Up Downsland Derry Dell Danko, dove è netta la sensazione di trovarsi alla corte del re, la lunga ed articolata Haddocks’ Eyes, la strumentale Dumbe Dum Chit ed Ashes, una ballad dai richiami Gentle Giant, regalano le sensazioni più pregnanti.

Reinvention è un lavoro inusuale, dedicato ai fans irriducibili e nostalgici del genere prog/folk ma anche a quei giovani amanti del progressive in ogni sua sfumatura i quali, per motivi anagrafici, non hanno avuto modo di apprezzarne all’epoca le qualità.

 

Max

 

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