The Musical Box – A Genesis Extravaganza (Teatro Verdi, Firenze, 30 ottobre 2018)

Pubblicato: novembre 1, 2018 in Recensione Live Shows
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Non è passata inosservata ai miei occhi la notizia di un nuovo concerto della band canadese in Italia (e a Firenze!), così come lo sarebbe stata invece la notizia dell’ennesima esibizione dell’ennesima cover band dei Genesis. Anche perché faccio fatica a considerarla una cover band. Qui siamo su un altro piano, che riesco a rappresentare solo con pensando a qualcosa come la filologia classica, la ricerca storica, l’investigazione profonda e quasi maniacale che sfocia in forme di vera e propria patologia identificativa.

Nelle varie edizioni dei loro tour precedenti, i The Musical Box mi avevano sempre in qualche modo stupito per la loro capacità di rendere, con estrema naturalezza, ogni minimo dettaglio delle performances originali, restituendo la possibilità, per chi non ne aveva mai avuto l’occasione, di rivivere esattamente quelle stesse sensazioni sonore e visive di quegli anni, di quegli spettacoli.

Se a questo si aggiunge un’assoluta padronanza tecnica del suono, degli strumenti, delle immagini, e finanche della postura fisica e vocale non solo del cantante DG (PG), ma anche degli altri musicisti, si comprende il motivo per cui per l’ennesima volta mi sono ritrovato a scegliere il biglietto che mi potesse garantire il miglior godimento acustico e visivo, approfittando del fatto che avrebbero suonato ancora una volta in un teatro storico. Questa volta, però, la curiosità era dettata anche dal fatto che non era in riproposizione uno dei tour storici dei Genesis, con la solita scaletta passata ai raggi X, anche negli intermezzi tra un brano e l’altro, e studiata in profondità.

Stavolta si trattava di scegliere nel repertorio della band attraverso un criterio che ancora bene non ho chiaro, ma che comunque mi ha colpito per alcune scelte davvero originali e, mi sembra orientate verso un mood complessivo più melodico e romantico che altro (pane per i miei denti) anche a dispetto della prima parte del concerto, del tutto strumentale.

Cerco di descrivere subito un pensiero che mi ha accompagnato durante la serata. La scelta di uscire dallo schema del concerto manifesto è stata sicuramente vincente, ma qualcosa ha pagato, in termini di “purezza”. Voglio dire che estrapolare i vari brani dei Genesis al di fuori del contesto storico delle collaudatissime e note scalette dei tour originali ha finito per penalizzare un po’ quello che è il timbro, la riconoscibilità, il marchio del gruppo canadese – consistente nella riproduzione filologica degli spettacoli dei Genesis (ricordo un’emozionante riproposizione integrale del concerto del Tour di The Lamb).

Ho come avvertito, qua e là, la sensazione – spiacevole perché inaspettata –  di trovarmi ad assistere non ad uno spettacolo dei TMB, ma a quello di una qualsiasi cover band, come se ne vedono e sentono frequentemente, quasi rendendomi conto, una volta per tutte, che la dimensione scenica e teatrale dei Genesis, soprattutto degli anni prog, era davvero un valore aggiunto che rendeva quei concerti qualcosa di magico ed irripetibile. Ma sono solo dei dettagli, all’interno di una prestazione come al solito clamorosa, per impatto e fedeltà.

A questo punto la scaletta del concerto è solo un aspetto marginale. La set-list si è divisa in tre sequenze. Una parte introduttiva (The Wind’s Tail), nella quale il gruppo si è cimentato (gradita sorpresa) con alcuni dei pezzi strumentali più complessi scritti dai Genesis dopo il 1975, a voler smentire il fatto che, anche dopo gli anni strettamente prog, la capacità di inventare partiture complesse e gradevoli allo stesso momento non era scomparsa, pur con qualche deviazione, soprattutto nei primi album. Un medley solo strumentale (In that Quiet Earth, Robbery Assoult and BatteryAll in a Mouse’s Night,  Mad Man Moon) dove la brillantezza della resa sonora mi sembra che sia stata per così dire un po’ inquinata dalla performance in alcuni passaggi forse un po’ troppo fisica, rispetto allo stile Genesis, del drumming (sensazione che è durata per tutto il concerto).

Ma anche in questo caso sono dettagli, perché i tempi e gli incastri sonori sono davvero quelli degli originali. I primi brani seguono la produzione post 1975, e passano attraverso alcuni veri e propri gioielli che raramente si sentono riproposti anche dalle stesse cover band, come gli estratti più melodici di Wind and Whuthering (album che amo inopinatamente, al di là del suo effettivo valore), l’intro fulminante di A Trick of The Tail (Dance on a Volcano), la partitura complessa di Los Endos. La seconda parte del concerto riprende, in questo viaggio a ritroso nel tempo, il primo disco (vi ricordate il vinile?) di The Lamb (Broadway Melodies) e qui davvero nulla da dire, anche se l’effetto sorpresa si è un po’ annacquato, a favore però di un assoluto livello di fedeltà nella riproposizione dell’intera sequenza.

Dopo la pausa, la terza parte del concerto  (Before the Ordeal) è quella che personalmente ho gradito di più, anche perché ho potuto apprezzare dal vivo alcune delle composizioni meno frequentate e ricordate nell’intera produzione Genesis. Senza luci e senza colori le note di A Place to Call My Own, sprofondate nell’archeologia di From Genesis to Revelation, acquistano un fascino tutto nuovo, diventano di colpo più mature, fuori da ogni condizionamento, inevitabile quando si ascolta quel primo album, che deriva dal sapere che ancora siamo lontani addirittura dalle atmosfere di Trespass. Ne avrei sentite anche altre di quel periodo, non solo un piccolo assaggio, proprio per vederle rivivere a luce nuova, ma va bene lo stesso.

Ed ecco arrivare, secondo una scelta che ha sicuramente privilegiato il lato più melodico, “medievale”, e quasi pastorale dei primi album, Time Table, Seven Stones (riascoltare con attenzione la parte finale in cui si condensano in pochi passaggi tutte le componenti dell’universo Genesis) , Can Utility and the Coastliners, e Looking For Someone a chiudere, con la voce di Denis Gagné in evidenza. E’ incredibile come il suo modo di cantare riesca ad adeguarsi alle stesse sfumature dell’originale, non in modo quasi caricaturale o spinto – si sente che la voce è diversa -ma con una naturalezza che evita qualsiasi forzatura e che deriva da una frequentazione ormai più che ventennale delle partiture originali.

La chiusura del concerto vede profilarsi il tono malinconico della parte finale di SEBTP, da After the Ordeal, mai suonata dal vivo dai Genesis, anche perché fonte di valutazioni diverse all’interno del gruppo,  fino a Aisle of Plenty passando per The Cinema Show, quasi obbligatoria. Il tutto prima della fine con il pezzo manifesto The Musical Box, con il primo vero e proprio travestimento di PG (vestito rosso da donna e testa di volpe: fine 1972). Le sensazioni sono quelle, tanto che alla fine si dimentica quanto sia elevata la padronanza tecnica esibita: si arriva a pensare che non si tratti di uno spettacolo live, quanto di una riproposizione fedele, in una sorta di playback collettivo, dei solchi, delle sequenze e delle pause di quegli album, insomma delle intuizioni di quei cinque ventenni all’inizio degli anni settanta che, con un omaggio proiettato nei titoli di coda, la band ha ringraziato per essere stati capaci di cambiare le loro (e per molti versi anche le nostre) vite.

 

Silvano Imbriaci

Ottobre 2018

 

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commenti
  1. Osvaldo ha detto:

    Salve, beh tutto quello che dici ed a quello che vuoi far immaginare, tipo la somiglianza, i suoni e via dicendo, credo che i gruppi che vogliono a tutti i costi somigliare a dei mostri sacri della musica ed essere maniacali a mio avviso, sono solo privi di personalità e direi molto ridicoli. Parla uno di 56 anni con i genesis dentro e non solo. 5 concerti visti, l’ultimo al circo massimo MEGAGALATTICO. Quindi di cosa vogliamo parlare? Chiedo scusa ma è quello che sentivo di dire.

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