Seduto dietro il suo Hammond e circondato dalle numerose e fide keyboards Andy Tillison si ripresenta ai nastri di partenza alla guida dei Tangent proponendo Proxy, decimo lavoro in studio della band anglo-svedese.

Il nuovo album, edito per Inside Out, segue ad un anno di distanza la pubblicazione di The Slow Rust of Forgotten Machinery (da ricordare l’ottima The Sad Story of Lead and Astatine) e vede dunque confermata l’estrema prolificità del gruppo; quanto alla line up vanno registrati l’ennesimo nuovo ingresso alla batteria (Steve Roberts) e l’ospitata di Göran Edman per le backing vocals; per il resto confermatissimi Jonas Reingold al basso, Theo Travis ai fiati e Luke Machin alle chitarre.Tanto ritmo a contrassegnare Proxy ed un Jonas Reingold assolutamente straripante (a mio avviso uno dei migliori bassisti attualmente in circolazione) oltre, ovviamente, ad ampio spazio per i tasti bianchi e neri, come ad ogni appuntamento relativo ai Tangent; in via preliminare voglio anche segnalare l’ottimo impatto dei fiati di Theo Travis, sia che si tratti di sax che di flauto sono una componente ormai imprescindibile e, a intervalli, fortemente caratterizzante.

L’album consta di cinque tracce delle quali due in particolare piuttosto dilatate per una durata complessiva di poco meno di un’ora. A fare gli onori di casa è proprio la title track, un lungo passaggio (16 minuti) frazionato in sei parti, che si apre con un sostanzioso abbrivio strumentale basato sull’Hammond ed il basso di Reingold in grande evidenza. Il morbido ingresso di Theo Travis anticipa poi il cantato di Tillison su di un ritmo sincopato, un tema che rimanda a qualcosa dei Traffic. L’atmosfera resta sospesa, le cadenze si fanno quasi jazzy sino all’irruzione prepotente del synth: il ritmo prende a salire con un break possente, ammorbidito poi dai fiati che lasciano spazio a loro volta al primo intervento della chitarra di Luke Machin. A chiudere, la reprise del tema iniziale.

The Melting Andalusian Sky offre un’istantanea della capacità della band di costruire musica a strati: infatti, un’aria spagnoleggiante della chitarra acustica si va ad inserire in una fitta ragnatela di sonorità fusion, dove morbidezza e fantasia giocano a sovrapporsi e a rincorrersi nell’ambito di musica raffinata, dai bei suoni. L’epilogo, crescente ed elettrico, suggella un ottimo strumentale.

Linee di basso feroci e un drumming effervescente costituiscono la base sulla quale poggiare fiati e cantato. Gran ritmo, intenzioni funky, voci che si aggiungono, tutto mi fa ricordare il Joe Jackson dei tempi che furono. Un brano ritmicamente esplosivo, questo è A Case Of Misplaced Optimism.

Spartita in sei frammenti, The Adulthood Lie riporta su dimensioni di durata molto più ampie. Ancora tanto ritmo, un senso di graffiante ironia mascherato dalle fitte trame che prevedono improvvise accelerazioni e repentini arresti ma, ribadisco, è la ritmica a dettare le coordinate; la varietà di tempi, tesa a ritrarre momenti diversi, ne fa il pezzo forse più articolato, corroborato dagli interventi delle keyboards e della chitarra.

Le 3 sezioni di Supper’s Off chiudono la partita. Se nel lontano 1972 la cena era pronta, adesso è finita. E’un pò la storia della musica e del progressive agli occhi delle nuove generazioni e di ciò di quella storia che queste riescono oggi ad introitare. Musicalmente un altro paesaggio variegato, dall’andamento mosso e vivace in cui sono ancora tastiere e basso a svettare.

Proxy è un disco che di certo non deluderà i fans dei Tangent, inserito perfettamente nel filone dei lavori precedenti, con uno stile ben definito. Certo, da una parte qualche elemento innovativo non avrebbe stonato ma evidentemente Andy Tillison e compagni preferiscono andare sul sicuro.

 

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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