Parte col botto il nuovo anno ! Il 2019 infatti si apre con un album di assoluta rilevanza, Nowhere, Now Here, un gioco di parole con cui i Mono suggellano il ritorno sulla scena a poco più di due anni dall’ottimo Requiem For Hell.

La band nipponica celebra quindi al meglio la decima uscita del proprio catalogo con un lavoro che, se possibile, restituisce ancora una freschezza inusuale a dispetto del tempo; il post rock proposto si rivela nuovamente carico di suggestioni ed intuizioni felici grazie al sapiente lavoro in regia di Steve Albini e allo spessore ormai insito nel quartetto, peraltro in parte rinnovato.

L’ingresso alla batteria dello statunitense Dahm Majuri Cipolla ma, sopratutto, l’affidamento di alcune parti vocali alla bassista Tamaki Kunishi rappresentano le novità; saldi invece ai loro posti i due chitarristi Takaakira ‘Taka’ Goto Yoda.

Globalmente Nowhere Now Here è un disco estremamente coeso, perfetto esempio di genere, con all’interno almeno quattro vette ragguardevoli ed un nutrito blocco di ottimi brani, capaci di tratteggiare soundscapes da capogiro. I suoni puntano dritto le emozioni con risultati notevoli, la qualità si mantiene molto alta per la quasi totalità dei dieci brani in scaletta e, di nuovo, va sottolineato come questa sia prerogativa di poche band che abbiano alle spalle ormai circa venti anni di carriera.

L’album si apre con God Bless, una pura introduzione, estremamente solenne nella sua brevità e che sfuma sull’incedere lento di After You Comes the Flood, un passaggio che ben presto rivela un crescendo circolare ed inarrestabile.

E’ quindi il turno della prima gemma, il brano presentato come singolo, Breathe, dove si può ascoltare la voce soffusa di Tamaki Kunishi; atmosfera delicata, avvolgente, imperniata su di una orchestrazione morbida, celestiale, che rende sempre più palpabile la tensione emotiva. Un momento da brividi.

Pezzo più composito e dilatato, la title track fa della progressiva varietà di situazioni il suo asso nella manica, tra repentini cambi di ritmo e ripidi squarci melodici, sino ad un epilogo maestoso.

Un secondo diadema emerge tra i solchi di Far and Further; la capacità dei Mono di “arrivare” all’ascoltatore con grande naturalezza si evidenzia in questo caso grazie ad un arpeggio di chitarra che posa su di un loop. Al solito gli archi conferiscono e implementano il pathos per un torrido diluvio di sensazioni.

Sullo stesso piano la splendida Sorrow (un nome, una garanzia); un prolungato primo piano della tristezza e del dolore, ritratto con ineffabile maestria dalla band giapponese. Un affresco sonoro dalla potenza evocativa lancinante, da suscitare vera commozione.

L’apice si perpetua con la seguente Parting, un fitto e bilanciato gioco tra piano ed archi a raccontare di una separazione, di un distacco, di una partenza che non prevede un ritorno.

L’incendio di emozioni si placa ma non per questo si estingue. Meet Us Where the Night Ends segna ancora un ascolto coinvolgente per un brano dai due volti: il primo placido e suggestivo, il secondo crescente ed arrembante.

A chiudere il cerchio Funeral Song (forse l’unico passaggio prevedibile del lotto) e l’eterea amarezza di Vanishing, Vanishing Maybe.

Che dire…primo ascolto del nuovo anno ed è centro pieno, bersaglio raggiunto. Inutile rimarcare che siamo solo ad inizio gennaio ma i Mono rischiano seriamente di assicurarsi un posto molto alto in classifica !

 

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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