Pubblicato via Inside Out, esce nei prossimi giorni il terzo lavoro di Nick Beggs con i suoi The Mute Gods, intitolato Atheists and Believers. Giunto esattamente a due anni di distanza dal precedente (Tardigrades Will Inherit The Earth), ne mantiene l’impostazione stilistica e concettuale per quanto concerne testi e temi trattati. A questo proposito una dichiarazione dello stesso bassista giunge esaustiva a spiegare quale sia il cuore dell’impianto.  “The album’s key message is that we now empower stupid people and don’t listen to educated, informed experts anymore because truth is no longer fashionable.”,

Oltre a Roger King (tastiere) e Marco Minnemann (batteria,) nell’album compaiono pure Alex Lifeson (chitarra), Craig Blundell (batteria), Rob Townsend (fiati) e Lula Beggs, la figlia, come corista.

Globalmente il disco vive pregi e difetti, o forse sarebbe più giusto definirli limiti, dei predecessori. Un assemblaggio effettuato con poco tempo a disposizione, considerando i molteplici impegni in studio e live dei musicisti all’opera, produce brani che regalano qua e la buoni spunti, qualche felice intuizione ma che in definitiva soffrono un poco lo spazio ristretto. E’ un peccato perché la qualità dei protagonisti resta indiscutibile ed il fatto che il progetto sia giunto già alla terza pubblicazione ne testimonia la volontà e l’entusiasmo; con ogni probabilità quindi, da un punto di vista pratico e oggettivo, manca proprio il tempo per andare più in profondità.

Nick Beggs (anima della band) e Marco Minnemann formano una sezione ritmica ormai ben rodata ed affiatata, Roger King svolge un lavoro capillare con le sue keyboards e per mezzo di arrangiamenti curati, le ospitate sono di pregio. Ma andiamo a scorrere da vicino la track list, formata da 10 tracce.

In testa troviamo la title track e sin dalle prime battute si intuisce che è la ritmica a guidare, in questo caso a trazione anteriore. Beggs si disimpegna tra il canto, non esattamente memorabile, e corpose linee di basso mentre il brano, piuttosto serrato, avanza rotondo sino al termine.

Una parte vocale larga e crescente fa da prologo a One Day, dopo di che è di nuovo il ritmo a segnare l’andamento del pezzo, in massima parte scandito con regolarità; nella fase successiva è la chitarra di Alex Lifeson a mettersi in luce con un segmento di buona sostanza.

Knucklehed vede una fitta trama del basso e, in sottofondo, il progressivo espandersi delle trame tessute dalle tastiere di Roger King; variazioni ritmiche ed un denso break strumentale conducono quindi alla ripresa del tema centrale che si chiude con uno strappo della sei corde.

E’ ancora il duo basso-batteria a farla da padrone per la seguente Envy the Dead su di una struttura molto serrata dove il biondo bassista inglese si disimpegna con buoni risultati anche alla chitarra. Altrettanto dicasi per la strumentale Sonic Boom dove ai tamburi si può cogliere lo stile differente e variato, ma funzionale, di Craig Blundell.

Dopo una tale girandola arriva una prima pausa. Una chitarra acustica ed Il flauto di Rob Townsend accompagnano la voce di Beggs in una ballad che registra sullo sfondo il gradevole utilizzo di suoni programmati da parte del tastierista.

The House Where Love Once Lived raccoglie le riflessioni sul proprio rapporto di una persona di 57 anni (lo stesso bassista); uno svolgimento morbido ed armonioso cui contribuisce non poco un buon arrangiamento.

A mio avviso il passaggio più solido e definito sta tra i solchi di Iridium Heart dove sono da sottolineare il ritorno al proscenio della ritmica (qui un Minnemann di ottimo livello), un songwriting delineato ed intenso, il lavoro di complemento del synth.

Si dilatano i tempi (otto minuti e mezzo) con Twisted World Godless Universe, introdotta da una importante orchestrazione; un brano ispido che alterna momenti cupi, foschi, ad altri di una luminosità crescente e che trae forza proprio da questa commistione.

Un dolce e delicato ricordo della madre scomparsa prematuramente. Piano, archi e poi il sax guidano la tenera I Think of You, un brano strumentale di rara sensibilità che chiude il cerchio.

Atheists and Believers registra a mio avviso un ulteriore passo in avanti per The Mute Gods. Come detto non tutto è perfetto, qua e la si ha la sensazione che manchi qualcosa ed il timbro di Beggs non è di quelli che lasciano il segno ma il senso di crescita è altrettanto percepibile.

 

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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