Presa finalmente una doverosa pausa, tornano in azione gli statunitensi Periphery con un nuovo lavoro, Periphery IV: Hail Stan. Come avevamo avuto già modo di constatare, la band americana è andata via via inserendo nel tessuto djent che struttura i brani feroci inserzioni death e mantenendo di quando in quando tecnici passaggi prog metal.

Una delle due menti del gruppo, il bassista e produttore Adam “Nolly” Getgood, è qui ancora al suo posto ma terminate le registrazioni ha abbandonato il gruppo per dedicarsi ad una più fitta attività come producer.

Da sottolineare pure come il sestetto abbia lasciato le insegne Sumerian Records per debuttare con la propria etichetta 3DOT Recordings.

Intense parti orchestrate, cori (il tutto affidato alle sapienti mani del gettonato Randy Slaugh); i Periphery hanno espanso il loro raggio d’azione tanto da aprire la track list con il brano più dilatato mai composto (Reptile), della durata di poco meno di 17 minuti. Non soltanto dunque le sonorità cupe di tre chitarre a sette/otto corde degli esordi ma un sound che spazia e si allarga, acquistando respiro con frenetiche sventagliate, pur nelle costanti di velocità e tecnica.

E’ proprio una crescente orchestrazione ad avviare la citata Reptile che rappresenta uno dei due punti nodali dell’album. Misha MansoorJake Bowen Mark Holcomb cominciano a menare terribili fendenti con le chitarre, il ritmo sale vertiginosamente ed il coro sostiene alla grande la voce di Spencer Sotelo che varia a piacimento tra clean ed uno scream calibrato che ne amplia il range. I riff sono vortici che avviluppano e si inseguono senza sosta mentre la batteria furiosa (Matt Halpern) travolge con impeto, regalando tantissima e continua spinta. Pause, opportuni cambi di tempo e segmenti strumentali dischiudono quindi scenari diversi, utili ad innalzare il pathos della lunga traccia che si chiude con una coda insolita, di vago sapore Tangerine Dream.

Si susseguono passaggi devastanti come la tiratissima Blood Eagle, macigno che definirei un ibrido djent/deathCHVRCH BVRNER amplifica ed enfatizza a dismisura questo sentire, spingendo il motore della band fino alla “zona rossa” del fuori giri.

Garden in the Bones si segnala di nuovo per un sound molto compatto, dal quale risaltano le acrobazie vocali del cantante e, dopo, il gioco ben riuscito di stop and go del pezzo che lascia ampi spazi alle chitarre.

Un passaggio serrato che si concede molto più alla melodia, quasi di stoffa Bring Me the Horizon (It’s Only Smiles), precede un’altra autentica sassata metalcore/djentFollow Your Ghost, in cui i registri di Sotelo ed un drumming parossistico sono i primi attori.

Crush vive un abbrivio ed una prima fase relativamente soft per poi innalzare notevolmente la tensione ed il livello della linea melodica; a sorpresa una outro basata su di un arrangiamento per archi chiude il brano.

Un nuovo assalto che però offre l’opportunità di una significativa inserzione melodica (Sentient Glow) giunge prima della sontuosa conclusione deputata ai 9 minuti abbondanti di Satellites, traccia nella quale atmosfera, cori e sonorità più soffuse ed avvolgenti fanno da guida sino ad una vera e propria deflagrazione del suono, incontenibile.

Personalmente ho l’impressione che con questo disco i Periphery siano saliti di livello e giunti a completa maturazione; credo che Periphery IV: Hail Stan sia assolutamente da ascoltare.

 

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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commenti
  1. nxero ha detto:

    …Credo che alla luce della recensione sia un disco da sentire, certo che tirare in ballo i Bring me the horizon potrebbe far desistere 🙂

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