Alice In Chains – Dirt 1992

Pubblicato: aprile 3, 2019 in Recensioni Vintage
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Estate 1992. Il grunge e la scena di Seattle imperversano ormai da tre anni grazie ai seminali Nirvana e poi a band come SoundgardenPearl JamStone Temple Pilots Alice In Chains.

Questi ultimi sono reduci dal più che confortante esordio di un anno prima, Facelift, e alla fine di settembre pubblicano Dirt, un album che si rivelerà un pilastro del genere.

Molto più inclini a guardare verso l’heavy metal che al punk, capaci di scrivere pagine memorabili a livello di peso testuale che si esprimono per mezzo di feroci cavalcate oppure cupe ed oscure ballad, filtrate attraverso le vicissitudini estreme e personali del chitarrista Jerry Cantrell o del cantante Layne Staley

E’ il loro un approccio un poco a sé stante nel panorama coevo. L’abuso di eroina, la depressione, il tormento interiore che agitano costantemente Staley si riversano in tutta la loro crudezza tra le liriche di Dirt; angoli oscuri di vero disagio vengono illuminati, messi a nudo nella loro totalità, generando all’ascolto un senso di tensione perenne. Del resto, l’intesa ritmica basata su di un attitudine “pesante” tra Mike Starr Sean Kinney si cementa ulteriormente, fornendo un’ ottima sponda ai riff urticanti di un indomito Jerry Cantrell, autentica guida musicale del quartetto.

Come dicevo, è il panorama hard rock ed heavy metal ad ispirare inizialmente i quattro ragazzi americani e brani come Them Bones Dam That River, posti in apertura, ne sono la prova con i riff aggressivi della chitarra e gli impasti vocali tra singer e chitarrista che diventeranno un vero marchio di fabbrica, ora larghi e di respiro, ora invece ipnotici, lenti e, per certi versi, premonitori.

Ma Dirt si farà ricordare sopratutto per alcune vere gemme in esso contenute. Rain When I Die, per cui basso e batteria, oltre la sei corde completamente distorta, declinano una inarrestabile e psichedelica malinconia. Down In a Hole, capolavoro di Cantrell (qui anche alla acustica), è la disperata rivisitazione di un grande amore purtroppo finito, magistralmente interpretata dalla voce ispirata di Staley.

E se con Sickman si comincia ad addentrarsi nell’allucinante tunnel della dipendenza, viene invece affidato alla splendida Rooster il racconto del complicato rapporto tra un figlio ed il padre, ancora una volta tratteggiato dal timbro malato del cantante.

Un passaggio frizzante, elettrico, dove sono presenti notevoli tracce di derivazione doom (Junkhead) e arriva il momento di un’altra perla, la title track, un manifesto nichilista e velenoso ma genuino. Non è finita, ci sono ancora passaggi abrasivi come God Smack, oscuri e sabbathiani come Hate To Feel, smaccatamente grunge come Angry Chair, inesorabili e definitivi come Would?

Con oltre 5 milioni di copie vendute Dirt diverrà il trampolino di lancio per gli Alice In Chains e, al di là del successo di pubblico e critica, si confermerà fondamentale resistendo e superando la prova del tempo. Sarà anche l’ultimo disco con la formazione originale, in seguito Mike Starr verrà allontanato per evidenti divergenze (e non solo) con la band.

 

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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