Abbondantemente preannunciata, è di questi giorni l’uscita di 1000 Hands – Chapter One, nuovo lavoro di Jon Anderson che rompe un silenzio solista durato nove anni. Va ricordato come l’ex cantante degli Yes, dalla voce angelica ed inimitabile, sia stato tra i più fattivi sostenitori delle collaborazioni a distanza utilizzando la tecnologia moderna e 1000 Hands, sotto questo punto di vista, ne è un trattato.

Molti dei brani in scaletta provengono da un passato ormai lontano ( tra l’altro c’è ancora l’apporto di Chris Squire) e sono stati successivamente rielaborati e sviluppati; l’elenco degli ospiti di prestigio è interminabile e, dunque, improponibile per intero. Pertanto, oltre ai compagni della storica band, in ordine sparso appaiono Jean-Luc PontyChick CoreaIan AndersonCarmine AppiceJonathan Cain (Journey), la sezione fiati dei Tower Of Power e tanti, tanti altri.

Senza più raggiungere le vette di un tempo (stiamo parlando di un uomo di 75 anni), la voce di Jon Anderson conserva quei tratti celestiali e spirituali, quasi mistici, quel segno etereo e profondamente delicato che ha sempre emozionato. E’ anche possibile che il lavoro di produzione (Michael Franklin) abbia contribuito in qualche modo a perfezionarne l’esito ma è fuori di dubbio che la resa sia ancora ad un livello notevole.

1000 Hands – Chapter One narra di un blocco di brani privi di un filo conduttore ma caratterizzati singolarmente dalla presenza di grandi musicisti, una sorta di compendio strumentale al servizio della voce e del songwriting di Anderson. Quanto alle composizioni, è giusto richiamare il catalogo dell’artista (ad eccezione della fase iniziale); pertanto input e riferimenti diversi o anche lontani tra loro, originati da un ventaglio di matrici estremamente differenti e, dunque, con il timbro di JA come reale e unico trait d’union.

A volere cercare ad ogni costo un tema portante, questo probabilmente si può rintracciare in Now and Again, un brano diviso in tre parti delle quali due estremamente concise (una di esse funge da intro); l’ultima, con Steve Howe alla chitarra acustica, ne è lo sviluppo completo ed una morbida outro.

Nel mezzo, un poco di tutto. Dalle intuizioni ritmico-mistiche del passato infarcite di sovra incisioni (Ramalama), si passa ad una traccia dall’andamento reggae dalla quale a dire il vero, eccettuata la presenza di Alan White Chris Squire, emerge poco (First Born Leaders). Sale per fortuna l’intensità con Activate, dove è il flauto magico di Ian Anderson ad indicare la rotta; è un brano interessante, denso, che riesce a ricreare la giusta atmosfera.

Segue quella che a mio avviso è una caduta, la consueta lusinga pop sulla quale Jon Anderson si infrange (Make Me Happy) e con la quale si conclude una fase altalenante del disco.

Anderson interpreta poi una vivida ballad semi-acustica e a due voci, basata su violino, acustica e fretless (I Found Myself). cui segue un passaggio malinconico dove si evidenzia il massivo arrangiamento per archi ed ottoni di  Michael Franklin (Twice In A Lifetime).

Un nuovo gioco di incastri vocali è la spina dorsale della ritmata ed electronic WDMCF mentre il tocco magistrale al piano di Chick Corea, unito a quello del violino di Jean-Luc Ponty e di Billy Cobham alla batteria, confezionano un pezzo di grande spessore jazzy, il migliore del lotto, 1,000 Hands (Come Up).

Un album nuovo, un tour già cominciato negli States, voci che si rincorrono su una reunion della casa-madre. Jon Anderson è tornato in piena attività e questo è un segnale confortante. 1000 Hands – Chapter One non è in assoluto un capolavoro ma è comunque interessante, da ascoltare.

 

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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