Quando si parla di neo-prog è quasi automatico richiamare con il pensiero l’Inghilterra. Ed è proprio da Londra che giunge The Far Meadow, una band formata da cinque elementi a guida vocale femminile che tra i numerosi input di riferimento, a mio vedere, si può accostare istintivamente ai Renaissance. Ovviamente questo è un parallelo che va interpretato traslandolo nel tempo, quindi attuato sulla base di sonorità più vicine al nostro tempo, filtrate ulteriormente attraverso il sound risalente agli ’80s prima e, per qualche riflesso, ai Magenta poi.

Foreign Land, pubblicato per Bad Elephant Music, è la terza e nuova fatica del gruppo che, accanto ai fondatori Eliot Minn (tastiere e piano) e Paul Bringloe (batteria), vede completarsi la formazione con Denis Warren (chitarre), Keith Buckman (basso) e la voce solista di Marguerita Alexandrou

Un progressive sinfonico adagiato su corpose e variate sezioni ritmiche, dove gli arrangiamenti affidati alle keyboards e i decisivi strappi della chitarra accompagnano il timbro netto e sicuro della cantante, a suo agio in particolare sulle tonalità più alte; questo è lo scheletro, l’impalcatura sulla quale poggia e si sviluppa Foreign Land, un album che probabilmente non svela particolari novità né nuove declinazioni ma è davvero ben suonato ed equilibrato.

Sempre più spesso infatti capita di imbattersi in sterili riproposizioni, anche ben eseguite ma forse un poco fini a sé stesse; in questo caso i Far Meadow riescono a rileggere la storia del genere con buona tecnica, una certa freschezza e, sopratutto, una piccola dose di personalità che di certo non guasta.

Ciò che più colpisce tra le cinque composizioni in scaletta è la loro omogeneità; il livello qualitativo infatti si mantiene più o meno il medesimo pur a fronte di scenari simili ma non esattamente eguali, segno di una certa versatilità. A partire dalla sostanziosa suite introduttiva Travelogue, oltre 18 minuti, i Far Meadow srotolano il loro campionario fatto di veloci fughe in avanti delle tastiere, serrati cambi di ritmo, una presenza vocale palpabile e soundscapes che si succedono e sovrappongono con frequenza. Break emersoniani di organo o del piano anticipano fasi più raccolte che, a loro volta, preparano crescendo che culminano in solos trascinanti della sei corde.

Proseguendo l’ascolto, si incrociano passaggi più morbidi e rotondi, nei quali è percepibile la ricerca dell’atmosfera ma dove pure il ritmo può salire progressivamente sino a dare un altro indirizzo al pezzo (Sulis Rise). Momenti serrati in cui il basso detta la linea, alternati ad altri puramente melodici prima del consueto epilogo chitarristico (Mud). Corpose sezioni in cui un’attitudine fusion diviene inizialmente il lancio, ampliando di fatto il raggio d’azione della band, sino ad un elaborato che condensa molteplici intuizioni (The Fugitive).

Infine, attimi di malinconia frammisti ad un movimento largo e ascensionale punteggiato di significativi segmenti strumentali (la title track).

 

Max

 

 

 

 

 

 

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