Jordan Rudess – Wired For Madness 2019

Pubblicato: aprile 18, 2019 in Recensioni Uscite 2019
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A soli due mesi di distanza dalla pubblicazione dell’album dei Dream Theater, è in uscita in questi giorni Wired for Madness, nuovo lavoro solista del tastierista Jordan Rudess. Una tempistica quindi abbastanza curiosa, figlia forse del tempo che viviamo e pertanto della considerevole mole di musica che ci viene proposta a getto continuo.

Riprendendo uno schema interrotto con The Road Home (2007), è di nuovo presente una folta schiera di ospiti: oltre ai due sodali James LaBrie e John Petrucci, si contano infatti Guthrie GovanVinnie Moore e Joe Bonamassa alla chitarra, Marco Minnemann e Rod Morgenstein (Dixie Dregs) alla batteria.

Un ritorno all’antico dunque, lasciando da parte lavori per solo piano o realizzati invece con l’ausilio di un’orchestra.

Wired for Madness è un disco nel quale Rudess si muove a 360 gradi, secondo il suo stile e la sua fantasia, compiendo incursioni in ambiti musicali tra loro distanti, senza un preciso ordine. E’ un lavoro che colloca il suo pulsare principalmente nella title track posta in apertura, una mastodontica suite di oltre 34 minuti complessivi, opportunamente divisa in due movimenti. La prima parte è quella più ridotta (poco meno di 12 minuti), conta 3 sezioni ed è anche quella che meno mi entusiasma: proteiforme all’eccesso, quasi impazzita nel rimbalzare tra folgorazioni tanto differenti da coesistere a fatica (space, un’ombra di Keith Emerson, una elevata dose di DT,  jazz, inserti di piano, fiati nelle retrovie e un paio di interventi rabbiosi di Petrucci).

La seconda parte, composta da 7 sezioni, si dilata sino a quasi 23 minuti ma nonostante ciò mi pare più organica; le numerose tastiere di JR guidano in modo proficuo e più efficiente una altrimenti estenuante cavalcata dove atmosfere diverse si intersecano in modo calzante e risoluto, con buona continuità. Le parti vocali, condotte qui dallo stesso Rudess prima, una voce femminile centralmente e James LaBrie nel finale, assolvono al compito di snellire l’enorme quantità di note.

Il buon Jordan si disimpegna ancora al microfono per Off the Ground, una piano – ballad dal crescendo importante, enfatizzato dal gustoso solo della chitarra di Guthrie Govan.

Un paio di tracce strumentali in cui si rileva una evidente matrice fusion (Drop Twist Perpetual Shine) precedono un sorprendente rock blues eseguito con Joe Bonamassa alla chitarra (Just Can’t Win).

Una seconda e intensa piano-ballad (Just for Today), quindi la chiusa sull’abbrivio della ritmata Why I Dream.

Con Wired For MadnessJordan Rudess dispiega ancora una volta il suo campionario di tecnica, intuizioni, idee, allontanandosi spesso dal territorio di appartenenza, come già ha fatto in passato. Non tutto è oro quello che luccica ma sicuramente degno di un ascolto approfondito.

 

Max

 

 

 

 

 

 

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