Lonely Robot – Under Stars 2019

Pubblicato: aprile 29, 2019 in Recensioni Uscite 2019
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Accompagnato dall’immancabile Craig Blundell alla batteria, oltre che da Steve Vantsis (Fish) al basso e Liam Holmes (Touchstone) alle tastiere, il prolifico chitarrista John Mitchell prosegue nell’evoluzione del project denominato Lonely Robot con il terzo e conclusivo atto di una trilogia, Under Stars, pubblicato per InsideOut.

Così, oltrepassato il ritorno dei Kino ed il nuovo lavoro con gli Arena giusto un anno fa, il musicista inglese riprende questo percorso personale che sin qui ha regalato risultati confortanti.

Mitchell è uno di quegli artisti che possiedono personalità, uno stile definito e riconoscibile e questo Under Stars non fa che darne conferma, certificando pure le doti e le eccellenti qualità degli strumentisti che lo accompagnano, capaci di calarsi in modo corretto nel ruolo.

L’album è probabilmente il più coeso e risolutivo dei tre pubblicati, senza dubbio quello che possiede maggiore spinta e denota ottimo affiatamento tra i protagonisti; l’opera di Craig Blundell ai tamburi va ancora una volta sottolineata, così come vanno evidenziati il supporto fattivo del basso di Steve Vantsis e la qualità e la misura negli interventi delle tastiere affidate a Liam Holmes.

Le vicende dell’astronauta primo attore della trilogia si aprono e concludono con brevi e suggestivi passaggi tesi a comporre un’adeguata atmosfera, in particolar modo per la outro (An Ending).

Nel mentre, un susseguirsi di episodi che non mostrano cedimenti, a cominciare dalla sferzante Ancient Ascendant che vive una partenza strumentale di buona intensità; un crescendo ritmico e melodico sfocia poi in una prima possente apertura e di qui il brano si muove con questo andamento oscillante ed arrembante, sino ad una chiusa esplosiva. Icarus avanza con un ritmo battente e regolare sul quale si innesta la voce di Mitchell; il piano e poi uno scatto in avanti, corale, dell’intera band, per uno sviluppo che attinge copiosamente pure a suoni anni ’90.

Inizialmente una mid-tempo ballad, la title track evolve gradualmente verso accenti ritmici più marcati, a sostenere un consistente strappo della chitarra, prima di richiudersi lentamente nel tema originario.

Lampi di linee melodiche si manifestano su Authorship of Our Lives, dove risulta assolutamente indovinato il contrasto con un sound più scuro in sottofondo. Un nuovo break della Cort di JM anticipa la chiusura.

Galleggiando nello spazio, l’astronauta (figura di spicco del plot) disegna un’atmosfera eterea e suggestiva (The Signal), prima del passaggio che personalmente mi ha più convinto per il bilanciamento nella struttura e per la capacità di dilatarsi ed espandersi improvvisamente (The Only Time I Don’t Belong is Now).

When Gravity Fails rimanda a qualche episodio più spigoloso e cupo di Peter Gabriel, di certo è il momento più serrato del disco mentre, di nuovo, un soundscape sospeso e poi crescente caratterizza lo scorrere di How Bright is the Sun?. Sonorità electronic pervadono invece l’introduzione di Inside this Machine, potente strumentale che vede la sei corde al centro della scena.

Con Under StarsJohn Mitchell (Lonely Robot) trova una bella compattezza ed un buon equilibrio su trame dove la chitarra si sente, come è giusto che sia, senza però debordare inutilmente. E d’altronde, mestiere e buon gusto non gli fanno difetto.

 

Max

 

 

 

 

 

 

 

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