Dopo poco più di tre anni tornano le suggestioni oriental prog metal dei Myrath con Shehili, quinta fatica della band tunisina. La pubblicazione di Legacy mi aveva lasciato un poco perplesso sull’utilizzo, divenuto sin troppo frequente, di rimandi sonori al folklore musicale di origine e dunque questa nuova prova è da seguire con curiosità per comprendere se il quintetto guidato dal frontman Zaher Zorgatti sia in grado di evolvere o meno.

In effetti Shehili, nome di un vento che soffia nel Sahara, riesce in buona parte a spazzare via l’eccesso di cui accennavo sopra, enfatizzando linee melodiche immediate, in taluni casi magari catchy ed evidenziando una forza d’urto complessiva non indifferente. Non per questo i nostri rinunciano al loro imprinting ma lo rimodellano, se così si può dire, in una chiave più avanzata.

Ed anche se pare un controsenso, riescono in questa impresa proprio alleggerendo, snellendo, sfrondando qualche orpello di troppo e, al tempo stesso, irrobustendo l’impatto delle trame con un buon lavoro di produzione (possenti le orchestrazioni). Certo, a mio parere, si sarebbe potuto lavorare sulle melodie un poco più in profondità senza prediligere sempre e comunque la soluzione più diretta ma, al netto di tutto questo, Shehili si rivela una prova convincente e, relativamente al catalogo del quintetto, all’altezza di Tales of the Sands (2011).

Omogeneo, compatto, Shehili si fa ascoltare d’un fiato, in maniera lineare e scorrevole. Un solo passaggio sottotono, Mersal, cantato in parte in arabo e dal quale emerge un’eccessiva ridondanza tra uno scontato tema prog metal e riverberi di matrice maghrebina; una breve intro funzionale a collocare luoghi ed atmosfera e poi uno zoccolo duro di 10 brani, tutti in forma canzone…

Born to Survive, un tracciante estremamente tirato dal chorus trascinante. You’ve Lost Yourself, basata su di un ritmo serrato e incline a improvvise ed ampie aperture melodiche (importante il lavoro alla chitarra di Malek Ben Arbia). Dance, primo singolo estratto, ammicca ovviamente al medio-oriente mentre acquista quota e spinta fino ad un refrain di pronta presa.

Un riff cupo e tagliente introduce e guida la battente Wicked Dice (Morgan Berthet alla batteria) mentre dapprima è tribale il ritmo che apre Monster in My Closet, brano che trova poi un buon equilibrio nella commistione di sonorità. Lili Twil pone con decisione la chitarra sotto i riflettori mentre la voce di Zorgatti si alterna nei due idiomi.

No Holding Back alterna fasi più morbide e di attesa ad altre crescenti e rotonde, magari intuibili ma d’effetto, mentre Stardust colpisce per la particolarità dell’arrangiamento, inizialmente classicheggiante e guidato dal piano (Elyes Bouchoucha); una ballad solenne che progressivamente si trasforma con una sezione più volitiva.

Tornano tinte più scure e ritmo compresso con Darkness Arise prima della conclusiva title track, traccia che chiude simbolicamente l’album unendo tra loro in musica l’occidente ed il nord-Africa.

 

Max

 

 

 

 

 

 

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