Djam Karet – A Sky Full of Stars for a Roof 2019

Pubblicato: maggio 9, 2019 in Recensioni Uscite 2019
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Psichedelia anni ’70, richiami “cremisi”, lo space rock frammisto all’utilizzo dei più svariati strumenti etnici (oltre naturalmente a quelli elettrici); questo e tanto altro hanno da sempre contraddistinto la quasi quarantennale carriera dei Djam Karet e la loro nutritissima discografia, cui ora si aggiunge un nuovo tassello intitolato A Sky Full of Stars for a Roof.

L’eclettico e longevo combo strumentale di Topanga poggia ancora sul nucleo originario formato da Mike Henderson (chitarre 6 e 12 corde, synth), Henry Osborne (basso), Chuck Oken Jr. (batteria e sequencer), Gayle Ellett (mellotron, Hammond, chitarre, fisarmonica, ukulele e ogni altra diavoleria immaginabile), oltre ad alcuni interventi di Mike Murray (chitarra acustica e mandolino elettrico) ed un quartetto di musicisti ospiti, protagonisti con charango, sitar, bouzouki e quant’altro.

Il cammino della band ha spesso alternato alti e bassi, mai però venendo meno ad una certa unicità e coerenza stilistica: una sorta di Ozric Tentacles in versione californiana, capace di uscire dal perimetro della psichedelia pura grazie appunto ad innumerevoli spunti sonori di provenienza etnica differente, Un vero caleidoscopio musicale, ormai ben noto ma che è in grado di catturare l’attenzione anche di coloro i quali gli si avvicinassero per la prima volta.

Proprio questa poliedricità, questa versatilità della proposta, ne ha da sempre fatto qualcosa di diverso pur (come dicevo) tra qualche sbandata. A Sky Full of Stars for a Roof è un lavoro che se da un lato non suona nuovo o fresco, dall’altro contiene ancora sprazzi di quella magia che in alcuni casi il gruppo ha saputo esprimere.

Prova ne siano l’introduttiva Beyond the Frontier che nel suo incedere dapprima lisergico, vira poi nello sviluppo su coordinate crimsoniane appartenenti alla fase anni ’80. Il tutto “insaporito” dal suono di sitar e mandolino elettrico e dilatato da uno space soundscape.

La corposa title track, 11 minuti, si segnala come il brano più suggestivo e denso di atmosfera: un quadro solenne e senza titolo di un paesaggio post bellico, la cui evoluzione viene affidata all’ingresso di una chitarra acustica ed alla progressiva intensificazione del ritmo.

Così come voglio segnalare le  importanti vibrazioni che rimandano il flauto ed un arpeggio di chitarra per la conclusiva Night Falls, una chiusa onirica di ottimo spessore.

Oltre questi, tracce dove a guidare sono sonorità electronic sposate a rapide divagazioni acustiche e ritmiche ed un epilogo vagamente genesisiano (Long Ride to Eden), echi dei “corrieri cosmici” che sfumano in accordi jazzy della chitarra (West Coast); passaggi ibridi come Dust in the Sun, diafani ma con meno mordente come Specter of Twilight, ipnotici e spiraliformi come On the Third Day Arrived the Crow.

In poche parole, i Djam Karet con questo lavoro propongono di nuovo il loro catalogo di soluzioni ed intuizioni. Non percepisco all’ascolto alcuna variante sostanziale ma l’ascolto continua a risultare gradevole.

 

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

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