Non sono poi così tante oggi le band in grado di garantire l’acquisto di un CD sulla fiducia, al buio, senza nemmeno ascoltarlo; tra queste ci sono sicuramente i Big Big Train che sino ad ora, con un costante e progressivo crescendo (molto marcato da The Underfall Yard in poi), non hanno sbagliato un colpo.

Burning Shed pubblica ora Grand Tour, il nuovo album di David Longdon e compagni ed ancora una volta il risultato è assicurato, la fiducia degli appassionati ben riposta. Ritengo da sempre fuorviante azzardare paralleli tra epoche così distanti e per un genere che nei decenni ha provato a trasformarsi onde non svuotarsi di significato ma… forse non è così fuori luogo definire i Big Big Train come Genesis del 2000 ed il loro front-man, almeno vocalmente, novello Peter Gabriel

Non c’è in queste mie parole un volere sminuire o ridimensionare il valore supremo di uno dei più grandi gruppi della storia (i Genesis, appunto) ma, sottolineando le ineludibili differenze…la capacità di creare atmosfere sognanti intrise di quella malinconia tipicamente british, la versatilità del timbro di Longdon talvolta dolce e soave ma al tempo stesso capace di innalzarsi o colorarsi di tinte profonde, il forte e il piano, il costruire i brani utilizzando alcuni suoni e arrangiamenti, l’impatto emotivo di molti brani, seppure decisamente attualizzati, rendono questo ponte possibile per quanto immaginario.

Esaurita questa digressione della quale mi assumo la completa responsabilità, veniamo a parlare più in dettaglio di Grand Tour, un lavoro di raffinata qualità che contiene al suo interno delle vere e proprie gemme, imperdibili. Come dichiarato dagli stessi autori si tratta di “un viaggio epico tra terra e mare, nel tempo e nello spazio, ispirato alle usanze del 17° e 18° secolo dove giovani uomini e donne viaggiarono per espandere la mente”.

Una suggestiva citazione di Sir Francis Bacon, Novum Organum, apre la via a questo itinerario sonoro attraverso il passato e la sete di conoscenza dell’uomo; il brano è molto breve ma la voce del cantante è realmente da pelle d’oca.

E’il mellotron invece a dischiudere Alive, un passaggio molto ritmato (Nick D’Virgilio alla batteria) nel quale synth e tastiere (Danny Manners Rikard Sjöblom) recitano un ruolo di primo piano mentre David Longdon offre un’ ulteriore prova del suo eclettismo vocale. Nella parte che volge al termine, guidata nelle retrovie ancora dal mellotron, comincia a mettersi in luce anche la chitarra (Dave Gregory).

Il tasso di emozionalità prende a salire con la successiva The Florentine, inizialmente una ballad a più voci (Rikard Sjöblom) con accompagnamento della chitarra acustica e quindi anche del mandolino. Un tema gentile sul quale via via si innestano chitarra elettrica, violino (Rachel Hall) ed un drumming contenuto ma composito; la parte centrale vede un concreto segmento condotto ora dal violino, ora dalla voce, con un progressivo e definitivo inserimento di moog e keyboards su di un ritmo divenuto molto più consistente.

Frazionata in 5 parti ecco la prima delle mini-suite in scaletta, Roman Stone, un affresco storico-musicale di rara bellezza cui farei un torto analizzandone ogni singolo dettaglio. Il fluire della musica è piacevolissimo, la trama molto ben calibrata; quanto al timbro di Longdon (ottimo anche al flauto) potrei solo ripetermi, mentre devo sottolineare il lavoro pregnante degli archi e di una corposa sezione di ottoni, come del resto il contributo palpabile delle armonie vocali. Tutta la forza evocativa e narrante dei Big Big Train si sublima in questi 13 minuti abbondanti.

Un episodio strumentale firmato da Nick D’Virgilio estremamente aggraziato, illustrativo per certi versi, dove gli ottoni tornano in prima fila poggiando su di un ritmo dapprima regolare, quasi a spirale; violino e sopratutto il flauto si alternano nel ruolo di guida (Pantheon), mentre piano e tastiere aprono al canto per un passaggio intenso e movimentato, imperniato sulla figura di Theodora, imperatrice di Bisanzio e sulle sue molteplici e discusse vicende (Theodora in Green and Gold).

Composta da 8 frammenti, ecco una seconda mini-suite, Ariel, dall’incedere solenne e drammatico. Lo svolgimento vira quindi sulle note del piano e di una lontana chitarra, armonizzazioni vocali efficaci accompagnano la voce solista che cresce nella “presenza” sino ad una prima apertura melodica e ritmica. Sono dunque violino piano e voci a disegnare alte traiettorie alternandosi con ripetuti stacchi della batteria, per uno sviluppo ascendente e lirico segnato da brevi ma profonde incursioni della chitarra.

Potrebbe bastare, invece no, è in arrivo una terza mini-suite, Voyager. Sette le frazioni in cui si divide ma unico ed univoco il pathos che sprigiona all’ascolto. Interamente farina del sacco di Greg Spawton, bassista e co-autore dell’album, Voyager a mio vedere regala momenti di rara potenza e passione, toccando le corde dell’anima con le sue sonorità sempre equilibrate; giocando (come dicevo) con eleganza tra il forte e il piano, con una certosina accuratezza degli arrangiamenti ed esprimendo una cifra tecnica e stilistica di rango assoluto.

La conclusione del viaggio ed il ritorno a casa vengono sintetizzati nella evocativa Homesong dove un quadro pastorale si movimenta improvvisamente grazie a batteria, basso e piano mentre la chitarra lancia delle breve fughe in avanti. Tornano gli ottoni ad innalzare il crescendo corale della band che scorta il “grido” di David Longdon:We Are Home Now…”

 

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

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commenti
  1. AntonioC. ha detto:

    Grandissima recensione. Che dire, i Big Big Train sono attualmente la massima espressione di quel sound tipicamente british che fonde folk, romanticismo e sinfonismo, nonchè una delle più grandi band di sempre.

  2. sono riusciti a creare un album estremamente differente dai precedenti, un lavoro qualitativo eccellente con una confezione altrettanto bella. forse avrei amato una maggior predominanza di parti solistiche più individuali, qualche assolo di chitarra più corposo. in ogni caso un album eccezionale.

  3. vorrei anche fare un osservazione sulla confezione dell’album. il libretto è strepitoso, testi, immagini, note e racconti dietro le storie delle canzoni . difficilmente mi era capitato di andare a cercare un documentario spinto dalla curiosità delle storie dei testi di un album. ottimo anche il lavoro dell’illustratrice.

  4. Alessandro ha detto:

    Il mio gruppo preferito dell’età ‘matura’. Visti 2 anni fa live a Londra, emozioni irripetibili. Album strepitoso, ormai gli standard sono talmente elevati a tutti i livelli che è davvero difficile ogni volta ripetersi. Ma qui si alza l’asticella di disco in disco. Finalmente sembra che anche in Italia si siano accorti di loro, vedremo che risposta avranno nel tour del 2020.
    Grandi!

    • Max ha detto:

      Purtroppo arriviamo sempre con ritardo…

    • accorti fino ad un certo punto. Un album simile , ed un gruppo simile avrebbe meritato recensioni da tutte le riviste di settore. cosa che invece fatico a trovare.

      • Alessandro ha detto:

        Beh, quantomeno nel loro forum su Facebook noto negli ultimi tempi almeno qualche altra presenza italiana… E ho cmq fatto presente a Greg la mia scetticità sul fatto di voler a tutti i costi suonare a Roma nel tour l’anno prossimo, proprio per questo motivo. Un conto è avere un seguito a livello ‘virtuale’, tutt’altro è organizzare un concerto, con annessi e connessi che loro hanno in termini di esigenze e relativi costi, in una località un po’ fuori mano come Roma dove, lo sappiamo bene, anche i grandi nomi fanno fatica a venire. Faccio sempre presente che nel 2015 c’erano zero italiani a King’s Place. Nel 2017 eravamo in due a Cadogan Hall. Davvero riusciranno a portare gente a Roma (ovvio che spero di sbagliarmi, ma io per primo che vivo a Nord, con molta probabilità non potrò presenziare)? Un bel rischio per il promoter…

      • Max ha detto:

        Qui si aprirebbe purtroppo un tema infinito che non trova soluzione..

  5. comunque io rimango basito di come in tutta Italia ci saranno due recensioni di questo lavoro. è imbarazzante, ma la stampa di settore esiste?
    uno dei gruppi con i migliori musicisti del pianeta.. quasi totalmente dedicato al nostro paese. e nessuno ne parla… bo.

    • Max ha detto:

      Viene da pensare che forse siamo fuori dal tempo noi che ne parliamo..

    • Alessandro ha detto:

      la stampa di settore? in Italia abbiamo Prog Magazine che li supporta parecchio. ma credo non siano di nessun appeal purtroppo per altri giornali. non sono metal, non sono da Rolling Stone (e giornalacci del genere)…

  6. AntonioC. ha detto:

    Live sono una band “impegnativa”, perchè sono una quindicina sul palco e credo che anche a livello di cachet non siano accessibilissimi. Poi magari chi ne sa di più ci spiega perchè siano stati fino adesso così parchi nell’attività live. Ho sempre pensato che il segreto dell’incredbile qualità dei loro lavori sia da ricercare proprio nel non sbattersi in lunghi e stancanti tour.

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