Thank You Scientists – Terraformer 2019

Pubblicato: giugno 14, 2019 in Recensioni Uscite 2019
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Crossover come spesso sanno essere le band statunitensi, tornano a fare parlare di sé i Thank You Scientists con la nuova uscita intitolata Terraformer, album di una durata mastodontica (82 minuti).

In questa occasione, il nutrito combo del New Jersey presenta ben 3 nuovi elementi sui sette totali, una vera e propria rivoluzione: alla batteria Joe FademSam Greenfield al sax e Joe Gullas (tromba e flicorno), per una formazione dunque ampiamente rinnovata ma che comunque, di base, riparte dal sound magmatico e composito di Stranger Head Prevail.

I riferimenti sono i medesimi e dunque Coheed and CambriaMars Volta, Frank Zappa, una spiccata attitudine djent metal, la capacità di effettuare moderne e ritmate incursioni fusion, l’utilizzo frequente dei fiati à la Chicago e Blood, Sweat & Tears.

La risultante di tutto questo è proprio il dato principale da segnalare, quindi la caratterizzazione di un sound (per quanto estremamente contaminato e spurio) che ne diventa l’elemento predominante ed imprescindibile. Ci sono dunque della ricerca e della sperimentazione, nei limiti di quanto questo sia possibile e praticabile ai nostri giorni e di ciò, in linea generale, va sicuramente dato atto alla band americana in un panorama odierno che pare tendenzialmente restio ad esplorare possibilità alternative. Se a questo aggiungiamo interessanti doti tecniche e velocità di esecuzione, direi che ci sono tutti gli elementi per farne un lavoro da ascoltare con attenzione.

Terraformer è un disco che ad un primo approccio quasi intimidisce per l’estensione del suo sviluppo, frazionato in 13 tracce, ed in effetti credo che qualcosa in meno, una sintesi maggiore, avrebbero ulteriormente innalzato il rendimento che, a mio vedere, cala un poco nella seconda parte.

Evidenziato questo che rimane però il solo appunto, è un lavoro di notevole impatto proprio grazie alla sua tentacolarità. Pure il registro sempre piuttosto alto del frontman Salvatore Marrano pare in questo frangente più centrato, meno esasperato che in precedenza, così da ingentilirne la fruibilità.

Visto da vicino, Terraformer si apre con un fitto e breve passaggio strumentale tra fusion djent (Wrinkle), prologo alla serrata ed intricata ritmicamente FXMLDR, dove basso (Cody McCorry), voce e fiati recitano da protagonisti, senza dimenticare i preziosi intarsi del violino (Ben Karas); un sostanzioso assaggio dei 5 brani successivi nei quali, a mio sentire, è racchiuso il meglio.

Swarm è una sciabolata incredibile in cui la velocità e l’immediatezza composita del dient si sposano ad un corposo uso dei fiati, unendo così tra loro mondi musicalmente lontani: TesseracT Animals as Leaders da una parteChicago e qualche richiamo zappiano dall’altra per una fioritura di suoni estremamente policroma.

Con una partenza molto ritmata, Son of a Serpent mantiene alto il livello qualitativo; ottima la groove, ben sviluppati gli inserimenti dei fiati (quasi una costante), mentre comincia a farsi più presente la chitarra di Tom Monda, prendendosi spazio con decisione.

I Thank You Scientists sanno pure andare a creare atmosfere pregnanti, prova ne sia la seguente Birdwatching, evocativa e molto intensa, nella quale si cala bene la voce del singer prima di un epilogo noise.

La traccia più lunga con i suoi 10 minuti. Everyday Ghost è come un catalogo, un compendio che illustra l’indole e la molteplicità di soluzioni cui la band si affida, quando regalando il proscenio alla ritmica (di nuovo il basso sugli scudi), quando invece deputando consistenti parti ai fiati, costruendo sempre strutture possenti e trasversali che spaziano sino al funky, sulle quali galleggia la voce di Marrano. Sostanziale poi l’inciso della chitarra prima della conclusione.

Da non perdere anche le fantasiose variazioni zappiane che costellano l’intera Chromology, un trattato strumentale di inventiva e creatività tra scansioni ritmiche travolgenti.

Di qua in poi, pur mantenendosi ad un buon livello, il disco scende un poco di intensità; si vira su una up-tempo ballad, atipica e molto crescente, dove va comunque ancora sottolineata una groove davvero efficace (Geronimo).

E’di nuovo il ritmo a prevalere per Life of Vermin con linee di basso a dir poco dominanti ed un ricco arrangiamento. Un filler di stampo jazz (Shatner’s Lament) ed è il turno di Anchor, brano dalle tinte inizialmente oscure e dolenti che trova poi uno sbocco più largo ed ascendente, perpetuando questa sorta di alternanza.

Una breve pausa improntata su sonorità più morbide e sognanti (New Moon) e la chiusa con la title track, un arrembaggio di pura matrice djent.

Terza prova decisamente convincente dunque per i Thank You ScientistsTerraformer si rivela un album eclettico e capace di spaziare su più fronti con disinvoltura, diverso dagli stereotipi più conosciuti; peccato solo per una certa prolissità, basta sfrondare un poco.

 

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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commenti
  1. AntonioC. ha detto:

    Ciao, cosa dire, davvero da far cascare la mascella. Fanno cose difficilissime facendole passare come semplici e ci mettono sopra delle melodie catchy e godibilissime, il tutto con un’impostazione spaccona e goliardica che non può non richiamare l’amato Zappa.
    Secondo me hanno ancora dei margini di miglioramento, se non esecutivamente (e cosa altro dovrebbero fare?) dal punto di vista compositivo mi aspetto che possano in futuro cominciare a scindere e miscelare diversamente i vari generi che compongono la loro proposta.

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