“…un ensemble freak ed anarcoide che fa di questa imprevedibilità la propria…rotta di navigazione. Questo è lo spirito che, volutamente vintage ma al tempo stesso sfrondato di inutili e pesanti “seriosità”, anima un disco senza dubbio esclusivo, anche quando non fa mistero delle derivazioni di cui è permeato.”

Auto citarsi non è mai elegante ma mi è utile in questo caso per ricordare da dove eravamo partiti, circa tre anni e mezzo or sono. Sto parlando dei Winstons, power trio italiano tornato alla ribalta in questi giorni con la pubblicazione del secondo album, Smith.

Ho atteso prima di scrivere un commento su questo disco, in rete circolano già alcune entusiaste recensioni; ho atteso perché volevo essere certo delle mie sensazioni, piuttosto discordanti tra loro.

Dunque…il piglio e un certo spirito irriverente nel rileggere alcuni passaggi temporali che hanno di fatto scritto la storia del rock, sono stati alla base del gradimento scaturito dall’album di esordio; un’operazione diversa, fuori dai canoni ormai più stereotipati, che sprizzava genuino entusiasmo, personalità (insisto su questo termine) e una certa dose di contagiosa baldanza.

Adesso ascoltando Smith rilevo che le coordinate sono più o meno le medesime: da accenti beatlesiani alla psichedelia dei primi Floyd e delle band di fine ’60 – inizio ’70, passando da fini spruzzate canterburyane ed incursioni rock-jazz. Personalmente, lo sottolineo, sento che vengono a mancare quella freschezza e quella impertinenza del debutto e ho come l’impressione che tutto questo si sia tradotto in uno schema, in un modello che, riproposto, perde d’incanto la sua integrità, viene come annacquata l’indole bizzarra dell’idea stessa.

Resta inteso che Smith è un lavoro godibilissimo ed assolutamente fluido, scorrevole e pure, ribadisco, eccessivamente vicino al primo album. Enrico Gabrielli (tastiere, batteria, voce), Roberto Dell’Era (basso, chitarra classica e acustica 12 corde, piano, voce) e Lino Gitto (batteria, voce) tornano così a muoversi a ritroso per quel magico e fatato arco di tempo, aprendo con un breve ed interlocutorio passaggio che poco rivela (musicalmente) del seguito, Mokumokuren.

Ghost Town ne è l’espansione e subito la mente corre indietro di decenni, tra un Magical Mystery Tour e gli Stones di 2000 Light Years from Home.

Accompagnato da un arrangiamento di archi, basso e voce pilotano una breve e malinconica ballad molto piacevole, Around the Boat, mentre dobbiamo rivolgere l’occhio ai primi Pink Floyd, quelli era-Barrett per intenderci, nell’assaporare le note di organo ed i crescendo ritmici di Tamarind Smile / Apple Pie, un bagno di psichedelia.

La voce calda e tenebrosa di Mick Harvey, ex Nick Cave and The Bad Seeds, è ospitata per guidare A Man Happier than You, un episodio melodico segnato da una certa solennità. Ritmo sostenuto e circolare, keyboards con tessiture importanti e basso in primo piano per la breve e “acida” Not Dosh for Parking Lot.

The Blue Traffic Light si segnala per il lavoro nel quale si contrappongono ritmica da un lato e piano e tastiere dall’altro in un serrato duello sul quale soffia da lontano il vento di Canterbury: a mio vedere uno dei passaggi comunque più personali.

E’ il piano ad aprire Blind, un’altra ballad che sembra arrivare dalla Londra di fine anni ’60, in un mélange tra Procol Harum e Caravan. E a proposito di questi ultimi, proprio il timbro di Richard Sinclair guida la successiva Impotence, una song dalle tinte temporali di non ardua collocazione, composta da R.Wyatt e H.Hopper nel 1969.

Con l’intervento aggiunto del sax, si riaffaccia anche qualcosa dei Doors tra i solchi di Soon Everyday. Sintagma declina un proprio linguaggio ed una singolare atmosfera (lo spunto in qualche modo mi rimanda ai Magma) prima di un vorticoso segmento strumentale.

Un ultima ospitata, quella di Nic Cester (frontman dei Jet), caratterizza il trascinante rock ‘n’ roll di Rocket Belt, brano di chiusura.

Max

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