Russian Circles – Blood Year 2019

Pubblicato: luglio 29, 2019 in Recensioni Uscite 2019
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Post-metal ma anche post-rock, math-rock…sono state utilizzate numerose etichette per definire nel tempo il sound dei Russian Circles ed il nuovo lavoro, Blood Year, conferma che le sonorità sono al 100%…Russian Circles con una mirata e principale osservazione, e cioè che l’album probabilmente suona più duro e oscuro che in precedenza.

Mike Sullivan e soci infatti hanno impresso un solco ancora più profondo rispetto al pur ottimo Guidance (2016), andando ad irrobustire vigorosamente le trame con tinte ineluttabili e ferali, al solito tracciate in prima battuta dal chitarrista; grande pure la risposta del duo ritmico (Brian Cook, basso e Dave Turncrantz, batteria), capace di erigere a contorno un wall of sound difficilmente scalfibile.

Tra le pieghe dei 7 brani in scaletta ci sono infatti dei passaggi che per atmosfera, per lontani riverberi di peculiari sonorità, per un effetto d’insieme, rimandano fino a soundscapes di matrice blackened; questo forse può essere utile per comprendere la forza d’urto di questi pezzi che, incarnando al meglio i tratti essenziali del post-metal, nelle parti più acuminate non fanno prigionieri. La produzione del navigato Kurt Ballou, ha facilitato e stimolato l’orientamento dei Russian Circles in questa circostanza.

E se la breve e dolce introduttiva Hunter Moon (paragonabile alla omologa Asa su Guidance), può dare l’idea di uno scenario raccolto e malinconico, più orientato verso il post rock, tutto o quasi ciò che segue è destinato invece a scardinare questa prima impressione.

Arluck infatti declina un avvio battente e crescente a fare da contrafforte a riff dapprima oscuri, chiusi e claustrofobici, poi quasi dissonanti e disposti ad aprirsi solo mantenendo alta la tensione, prima di un epilogo trascinante.

Milano si segnala come uno dei momenti più ad alto tasso emotivo, unendo una spessa densità evocativa e strumentale a segmenti di una chitarra sulfurea che rimandano a passaggi quasi in odore death; un vero moloch per intensità di espressione mentre la successiva Kohokia rallenta, lentamente si espande e poi dilaga inesorabilmente.

Una pausa forse anche utile (Ghost On Hight) e arriva quello che a mio avviso è un altro pilastro dell’album, Sinaia. E’ fuor di dubbio che non sia una novità ma confermo che il trio di Chicago spesso offre il meglio quando spinge sull’acceleratore ed in questo frangente lo fa con una progressione costante ed implacabile, spietata come quella di una band appartenente ad un metal più estremo.

Con Quartered cala il sipario in uno scenario punteggiato da suoni distorti prima e riff abrasivi poi, sotto l’incessante bombardamento della ritmica.

Disco calibrato nella durata, 40 minuti circa, Blood Year si segnala dunque per un innervamento del sound e la consueta capacità dei Russian Circles di arrivare al sodo per linea retta. Da ascoltare.

 

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

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