IQ – Resistance 2019

Pubblicato: ottobre 2, 2019 in Recensioni Uscite 2019
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La pubblicazione di un monumentale doppio CD dal titolo Resistance certifica il ritorno in azione dei IQ cinque anni e mezzo dopo l’ottimo The Road of Bones; un lavoro mastodontico per complessivi 108 minuti.

Con una storia longeva ed importante alle spalle non è certo la band capitanata da Peter Nicholls quella a cui chiedere chissà quali novità o stravolgimenti ma è comunque interessante verificare all’ascolto se ci sono le prerogative per una scelta così imponente; non va dimenticato infatti che dall’esordio sono trascorsi ben 36 anni !

Dodici album coerentemente incanalati nell’area di appartenenza, dei quali solo gli ultimi tre hanno registrato un concreto, seppur parziale, adeguamento delle sonorità.

Un sound piuttosto appesantito, sulle orme di alcuni episodi chiave già presenti su Frequency The Road of Bones.

Un neo-prog che si tinge ormai di sfumature e colori più densi, per alcuni versi oscuri, smorzando in buona parte quell’aura romantica e sognante che tanto aveva caratterizzato gli storici lavori; questo, beninteso, non significa un cambiamento radicale, passaggi di atmosfera sono tuttora presenti ma in quantità minore.

CD 1

A Missile apre la track list con un mood non troppo dissimile da quello di Frequency. Ritmica battente con un Paul Cook molto vivace, un passo molto deciso, aggressivo e le keyboards di Neil Durant a tessere intorno una tela composta di un fitto ricamo.

Rise si annuncia aerea, quasi lieve nella voce di Nicholls ma ben presto volge verso un andamento molto più serrato, quasi in continuità con il precedente dal quale si differenzia per break più decisivi e riff più scuri. opprimenti.

Come premesso, in un album targato IQ non possono mancare segmenti languidi e a questo si dispone la prima parte di Stay Down, guidata da piano, voce (molto ispirata) e tastiere; un gentile arpeggio della chitarra di Mike Holmes e poi il mellotron regalano brividi ai fans della prima ora sino al prepotente ingresso di basso (Tim Esau) e batteria per uno sviluppo decisamente più movimentato.

Alampandria, il brano più breve, traccia inizialmente un soundscape etnico e strumentale che quindi si riallaccia in qualche modo alla traccia precedente tra rullate improvvise ed un crescendo impressionante delle tastiere, prima di una frustata della chitarra.

E sono proprio Neil Durant Mike Holmes a spartirsi la scena in Shallow Bay, avviata ancora da accordi di piano. Una cascata di mellotron e strappi molto consistenti del chitarrista accompagnano il cantato con quel sound fiabesco da sempre patrimonio della band, mentre la ritmica costruisce un wall of sound di tutto rispetto.

Sono di nuovo le tastiere ad indirizzare If Anything, doppiate dalla sei corde acustica. Un andamento lento e rotondo, sottolineato da precise note del basso in sottofondo, per una traccia in diretto collegamento con i sentimenti.

Chiude il primo CD un brano molto dilatato con oltre 15 minuti di durata, For Another Lifetime. Globalmente godibile, si perde però un poco a mio parere su una misura così elevata: ad una parte introduttiva piuttosto statica segue un robusto segmento centrale in cui le sonorità si increspano, il ritmo rinvigorisce con variazioni e la struttura diviene più articolata, prima di una sezione conclusiva prevedibilmente maestosa in cui ritrova spazio la chitarra.

Nel complesso un buon disco, privo di particolari cedimenti o sbavature e con due brani molto a fuoco.

 

CD 2

Ben due lunghe suite caratterizzano il secondo disco, delle quali una posta proprio in apertura: The Great Spirit Way. Dopo ripetuti ascolti devo dire che l’esteso brano non mi convince appieno, punteggiato di diversi spunti che paiono semplicemente abbozzati, affastellati in quantità uno su l’altro per una struttura tutto sommato arruffata. Le linee melodiche e ritmiche (di nuovo Cook in bella evidenza) della prima parte vengono poi variate da organo e tastiere su coordinate vintage, forse all’eccesso; temi si sovrappongono senza però portare quel quid decisivo e incisivo che sarebbe auspicabile.

Più organica e ordinata la seguente Fire and Security, guidata inizialmente da voce e chitarra. Sale il ritmo, torna una cappa oscura a permeare il sound mentre gli arrangiamenti di Durant accrescono la tensione; quindi, l’ingresso di Holmes è di quelli che lasciano un’orma permanente.

Perfect Space si muove inizialmente tra basso, batteria e acustica, cui si aggiungono in sottofondo le keyboards. Entra quindi in gioco la voce ed un bell’inserto dell’elettrica per un pezzo che, abbandonata questa traiettoria, aumenta considerevolmente la densità del suono.

Un ultima suite chiude i giochi. Fallout chiama a raccolta gli estimatori del gruppo, un passaggio di spessore e centrato dove i nostri riescono a mettere insieme una composizione ambiziosa ma efficace, scegliendo in questo caso soluzioni certe, già ampiamente sperimentate ma ancora funzionali. Corpose linee di basso, assoli della chitarra, variazioni ritmiche, sontuosi tappeti del synth, ne fanno una classica cavalcata provvista di un sontuoso compimento.

Siamo al termine. Credo di potere dire che il primo CD abbia una forza ed un impianto nettamente migliori rispetto al secondo che, a mio avviso, allunga eccessivamente i tempi a fronte di un esito non eccezionale. Chiedere di più ad una band come IQ sarebbe ingiusto ma è opportuno osservare come l’azzardo di un doppio album si sia probabilmente rivelato tale.

 

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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