Flying Colors – Third Degree 2019

Pubblicato: ottobre 4, 2019 in Recensioni Uscite 2019
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front

L’infaticabile Neal Morse si ripropone per la terza volta in questo 2019 con il terzo e nuovo lavoro dei Flying Colors dal titolo Third Degree. Line up immutata per quello che, cominciato forse come l’ennesimo super-gruppo o uno dei tanti side-project, è divenuto in seguito una solida realtà.

Progressive molto ibrido dunque, venato frequentemente di rimandi A.O.R. e talvolta popquesta la base del menu sin qui confezionato dal quintetto che, ricordo, è formato dallo stesso Neal Morse (tastiere e voce), Mike Portnoy (batteria, voce), Dave LaRue (basso), Steve Morse (chitarre e voce) e Casey McPherson (voce e chitarra ritmica).

L’approccio a Third Degree conferma dunque le impressioni ricavate dalle precedenti pubblicazioni; i musicisti non esaltano spregiudicatamente le principali qualità singole, come il debordare tecnico di Portnoy (anzi, tutto sommato qui “abbastanza” contenuto) o il dilagare compositivo di Neal Morse. La partita si gioca invece su un buon afflato corale e su di una maggiore leggerezza. L’esito, ancora una volta, mi lascia convinto…a metà mentre con ogni probabilità la risposta dei fans sarà affermativa.

Le mie perplessità nascono da una palpabile discontinuità a livello di composizioni che rilevo tra i solchi del disco: mentre ne spiccano cinque che, pur senza abbagliare, rimandano buone sensazioni, ce ne sono altre quattro dove la qualità delle strutture a mio avviso scende vistosamente, adagiandosi su soluzioni manieristiche e piuttosto scontate.

Bene per passaggi come l’introduttiva The Loss Inside, dall’avvio heavy e brillante e poi con un lontano retrogusto grunge; importanti segmenti melodici ascensionali le conferiscono il giusto movimento, impreziositi da solos di chitarra e organo mentre Casey McPherson appare molto centrato al microfono.

Bene pure per il graduale srotolarsi di Cadence dove gli arrangiamenti di Neal Morse ed una certa coralità caratterizzano il brano e ne impreziosiscono la melodia, sostenuti a dovere dal duo Portnoy-LaRue. Una costruzione solida, degna di nota.

Buone notizie anche dalla pulsante Guardian segnata da ritmo incalzante, interessanti apporti delle backing vocals, e struggenti/graffianti break della chitarra ad opera di Steve Morse; la fase terminale mette in luce il basso di Dave LaRue.

Con 10 minuti abbondati di elaborato, Last Train Home offre significativi momenti di un prog/pop di classe sulla direttrice di una ballad larga, di ampia portata, dove non mancano via via passaggi più intricati e variati con qualche richiamo seventies ed una epica conclusione. A mio parere il brano migliore del lotto.

Crawl completa le note più brillanti dell’album, un esteso passaggio (oltre 11 minuti) nel quale i Flying Colors declinano i tratti più incisivi del loro sound, colorandoli con un sostanzioso arrangiamento in crescendo, pregnanti segmenti di chitarra ed un lirismo di fondo.

Su un piano più basso rimane More, episodio heavy in cui cozza il timbro così gentile e pulito di McPherson (quasi in odore Muse).

Ancor più giù colloco Geronimo, contrassegnata da una introduzione fusion ed un interplay di voci tale da ricordare gli Steely Dan ma pure da uno svolgimento che stenta proprio nei momenti topici. Altrettanto dicasi per You Are Not Aloneballad che non morde e dalla melodia esageratamente sdolcinata e Love Letter, momento vintage (Beach Boys e Betales in agguato) che trovo scarsamente ispirato.

Siamo al terzo disco e con i Flying Colors mi trovo nelle condizioni di dovere ripetermi: doti individuali e d’insieme di prim’ordine ma le trame compositive non sempre sono di grande soddisfazione e Third Degree non fa eccezione.

 

Max

 

 

 

 

 

 

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