Finalmente! Finalmente una giovane band italiana riesce a coinvolgermi totalmente fin dal primo ascolto di un disco! L’evento (non così frequente) è stato determinato dai laziali Il Giardino Onirico con il loro terzo e nuovo album intitolato Apofenia.

Ecco tradotto in pratica il mio auspicio, quello di costruire un progressive moderno, attualizzato, che oserei definire realistico, dove si può partire (certo!) da dove tutto è cominciato ma con la dimensione di un tempo presente ben chiara, con un approccio ed uno sguardo rivolti avanti e non costantemente all’indietro. In altre parole, un’ attitudine…progressive.

Apofenia è suddiviso in sette lunghe tracce che vedono pure ospitate di lusso ma molto funzionali al progetto: le voci di Jenny SorrentiAlessandro Corvaglia (già con La Maschera di Cera Delirium) ed i vocalizzi di Jenna “Sharm” Holdway.

Dariush Hakim ed Emanuele Telli (ambedue alle tastiere), Stefano Avigliana (chitarre), Ettore Mazzarini (basso) e Massimo Moscatelli (batteria) sciorinano un repertorio costituito di belle sonorità, gusto, personalità ed un gradito “pizzico” retrò, abbracciando e rileggendo a proprio modo un sound che si articola attraverso vibrazioni vicine a Marillion e Steve Hackett, a Steven Wilson, fino ai Portishead.

Atmosfera di mistero, tra spazi sterminati e lontani, una cappa dai toni interlocutori e quasi minacciosi incombe densa per i primi minuti di Onironauta avvolgendo all’ascolto; l’incedere delle keyboards, poi l’ingresso della batteria ed il palpitare ipnotico del basso preparano il terreno per un lungo e determinante break della chitarra. Una spirale infinita nella quale si resta avviluppati sino al termine.

Autore del testo ed interprete, Alessandro Corvaglia guida con piglio sicuro la serrata Scivolosa Simmetria, traccia nella quale la band offre un saggio delle doti tecniche e di velocità di esecuzione. Echi del Banco uniti ad una lettura moderna e ad un timbro vocale che lascia il “graffio” portano la struttura ad una cifra stilistica davvero interessante, grazie ad un ottimo bilanciamento delle parti tra i vari strumenti.

L’intensità sale ancora con la successiva Alétheia, vero gioiello dell’album. Aprono piano e chitarra, arpeggiando su di un morbido tappeto di tastiere; il ritmo, scandito lentamente, accompagna una melodia splendida che improvvisamente subisce uno stop. Mutano le coordinate, i suoni si inspessiscono, drumming e basso divengono più presenti e a sorpresa spunta un sax (David Morucci); si inaugura così una fase energica e veloce, seguita da una seconda pausa e poi dall’epilogo maestoso e corale (Fuori dal coro).

L’incantevole voce di Jenny Sorrenti dona un fascino speciale a Mushin, un affresco trip-hop dai suoni raffinati. La performance della’artista napoletana sprizza classe e vivida espressività colorando così un brano che gradualmente si allarga e plana a volo radente. Una seconda parte sinfonica ed in crescendo conferisce senso del dramma e diverse sfumature, con le tastiere e quindi la sei corde in primo piano.

Una chitarra carica di effetti annuncia l’arrivo di Apogeo. Un’esplosione sonora spinge per una partenza bruciante in cui si innesta di nuovo il sax in un vorticare oscuro e convulso che ricorda da lontano alcuni passaggi dei V.D.G.G. o, in tempi meno distanti, dei Porcupine Tree. Le trame si fanno sempre più rutilanti, intricate, per giungere ad una chiusa travolgente.

Torna la voce ispirata di Alessandro Corvaglia per Un Nodo all’anima, una inquieta prog-ballad capace di inerpicarsi attraverso repentine folate della chitarra: un break convulso segna la seconda fase con un ritmo più battente, enfatizzata poi da fitti arpeggi della chitarra e da fughe delle keyboards.

A concludere, una traccia dalla grossa forza evocativa. Lacrime di stelle fin dalle prime note tratteggia un senso di malinconia profonda ed il sax (Claudio Braccio) non fa che conferirne di ulteriore; la linea melodica principale vede un graduale crescendo e si interrompe per una pausa sospesa guidata dal piano, in cui si innestano i vocalizzi di Jenna “Sharm” Holdway. Si apre quindi un segmento più concitato che si riallaccia man mano al tema iniziale, guidato ora da sax e chitarra fino alla discesa del sipario.

Che dire ancora…parafrasando Gene Wilder in Frankenstein jr.: “si-può-fare !!”.

Complimenti al Il Giardino Onirico per questo Apofenia.

 

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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