Avanguardia? Crossover? Indie “sperimentale”? Un ossimoro quale “hardcore-prog“? Come si può meglio definire la musica dei Bent Knee ? Francamente mi è difficile rispondere perché il sound della band di Boston è materia viva, mutante, in perenne movimento e capace di fondere intuizioni che provengono dagli antipodi, sgretolando ogni confine. Il tutto con una spregiudicatezza ed una naturalezza incredibili.

Inside Out continua a puntare su di loro e ne pubblica il nuovo e quinto lavoro, intitolato You Know What They Mean e il cui artwork a mio avviso rimanda molto bene l’idea di quanto le sonorità siano magmatiche, talvolta quasi inafferrabili; inoltre, non si può tacere il talento di Courtney Swain, voce solista (e tastierista) dotata di grande personalità e capace di particolari incastri vocali con la bassista Jessica Kion.

Dunque, You Know What They Mean è un album molto indicato per chi cerca qualcosa di alternativo, di diverso, qualcosa di coraggioso che vada oltre le regole ed i canoni; qualcosa, ancora, che non si limiti ad una contaminazione ma che la superi, la sublimi. Sicuramente richiede ascolti dedicati e con un approccio piuttosto aperto, disponibile ma sono sicuro che non resterà indifferente, a patto non lo si voglia forzatamente classificare, collocare in una categoria.

Ecco allora la claustrofobica e vorticosa abrasione provocata dall’ascolto di Bone Rage in cui Courtney Swain estende, colorando a piacimento, il suo registro. La chitarra sporca, distorta (Ben Levin) lascia profondi graffi nel tessuto di un brano per certi versi incontenibile.

Sullo sfondo dei suoni progettati dall’abile Vince Welch pulsa il cuore di Give Us the Gold, passaggio dal sapore trip-hop segnato prima dallo straniante suono del violino (Chris Baum) e, successivamente, da torride note del basso, una stesura di fondo in cui cresce il pathos ed un cambio di direzione conclusivo importante.

Splendida Hold Me In nel suo incedere in crescendo con la singer in stato di grazia a guidare una linea melodica che sale e si dilata a suo piacimento. Il ritmo della batteria di Gavin Wallace-Ailsworth propone più soluzioni così come forte è la presenza delle keyboards nella parte centrale, a preparare un terreno soffice prima della chiusa impetuosa.

Suoni minimali a precedere una deflagrazione sonora contrassegnano l’ipnotica altalena di Egg Replacer mentre il quadro ritmico e sonoro di Cradle of Rocks mi rimanda (non so bene perché) ad un incrocio fatale tra Blondie Tom Tom Club.

C’è qualcosa di sinistro, forse pure di doom, nel disperato, malato e delirante svolgimento di lovemenot in cui la tensione cresce in modo esponenziale. Bird Song ne è il contraltare, dipanandosi aerea e tenue tra piano e voci prima del rinforzo (gentile) delle tastiere.

Catch Light si muove dapprima con circospezione, poi ritmica e suoni distorti aprono la strada ad una apertura vocale, frammentata da bruschi stop and go; questo diviene così motivo guida della struttura.

Un’atmosfera febbrile permea il morbido avvio di Garbage Shark che vive uno sviluppo a dir poco opprimente, per chiudere poi con una detonazione. Golden Hour ne è in certo modo una magnifica e toccante evoluzione (da brividi tutta la performance di Courtney Swain).

Con It Happens i Bent Knee si congedano tornando a declinare folgorazioni electro-pop e venature trip-hop sullo sfondo di un soundscape molto curato e seducente.

Poco altro da aggiungere, da ascoltare.

 

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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